Recensioni

Le luci dei riflettori di uno studio televisivo inondano gli occhi del venditore che, forte della sua sicurezza professionale, cerca di piazzare il suo articolo al meglio; qualcosa, però, s’inceppa, il suo sguardo si fa vuoto, il momento è passato e le luci fuggono per cambiare studio. Il prodotto è invenduto. Joy Mangano, ideatrice dell’oggetto, decide di caricarsi sulle spalle l’intero processo di vendita televisiva, per non incorrere nella bancarotta: la magia si accende e per un attimo vediamo lo straordinario irrompere e scuotere la vita dell’abitudinario, impreziosito da un montaggio incalzante e invisibile allo stesso tempo, da una regia solida, sicura e pregnante.
David O. Russell non è mai stato un regista troppo cerebrale, i suoi film, prima che alla mente, hanno sempre puntato al cuore e alle emozioni del pubblico. Non è da meno Joy. Quello che sulla carta, però, sembrava un progetto perfetto per le corde stilistiche del suo deus ex machina, col passare dei minuti diventa sempre più un palese tentativo di autocelebrazione di un regista che mai si era sostituito in maniera così evidente alla storia. Russell, dopo un incipit teso a ricordarci le sue idiosincrasie verso la famiglia disfunzionale (vero fulcro delle sue pellicole), perde gradualmente interesse verso il soggetto e la sua protagonista. Come nella scena sopra descritta, allo stesso modo Russell aveva tra le mani una grande storia, dove i diversi temi toccati (tra cui il femminismo, il capitalismo, l’idealismo di un America carica di opportunità, il trambusto famigliare) lasciavano presagire una svolta nella sua cinematografia, anche se non nel suo percorso artistico. Purtroppo, il suo magico oggetto s’inceppa e si riempie di contraddizioni. Dei diversi temi toccati nemmeno uno riesce a fuoriuscire dalla sua sfera bidimensionale, appiccicati come sono ai personaggi in maniera istantanea e mai articolata.
Solo il carisma di Jennifer Lawrence, comunque troppo giovane per una parte del genere, riesce a salvare tutti dal disastro. L’attrice premio Oscar proprio grazie a Russell, gli rende al meglio il favore attraverso una prova ora pacata ora frenetica, che distrae più volte dalla totale assenza di un approfondimento psicologico. Non capiamo mai da dove derivi la forza d’animo di Joy Mangano, giovane imprenditrice che all’inizio degli anni Novanta costruì un vero impero dopo l’ideazione di un rivoluzionario tipo di mocio. Tra momenti di sincera ispirazione e altri veramente imbarazzanti, è chiaro il tentativo di costruire attorno alla protagonista quell’aura un po’ mitica, un po’ sofferente della favola contemporanea; la voglia di raccontare la parte più buona del capitalismo americano. I momenti di puro realismo cozzano involontariamente con questo approccio narrativo.
È possibile, dunque, considerare Joy come una sorta di B-Side di un buon disco (che ha come singolo il precedente American Hustle): una buona storia che per ragioni soprattutto artistiche non è stata in grado di catalizzare tutte le emozioni prospettate dalle premesse. Così, non rimane che un altro tassello nella filmografia (non certo deprecabile) del regista newyorkese, un autore perennemente combattuto tra enormi velleità artistiche e successo popolare. Il secondo può dirsi centrato, ma il primo è ancora parecchio lontano dalle sue indubbie capacità. Nell’anno che, per mera coincidenza, ha visto uscire un’altra pellicola di Russell (Accidental Love, da considerare apocrifo), Joy ha vinto un Golden Globe per la miglior attrice protagonista (Jennifer Lawrence, anche se in più momenti Virginia Madsen e soprattutto Isabella Rossellini le rubano la scena) ed è candidato nella stessa (e unica) categoria ai prossimi Oscar.
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