Recensioni

Diciamo la verità: se non ci fosse stato Steven Lisberger – qui in veste non di regista ma di produttore – a spingere sul progetto, chi avrebbe voluto veramente vedere un sequel del film del 1982? Un totale flop, massacrato da critica e dimenticato dal pubblico. Certo, Tron è stato un film epocale, in tutto e per tutto in linea con il suo tempo ma, francamente, noiosissimo. E lo stesso tipo di sensazione è offerta da Tron Legacy, due lunghe ore di scie luminose a mo’ di circuito elettrico che si attorcigliano alla gola del povero spettatore. Il fondo lo tocca quando, per dirne una, compare un’enorme porchetta sul tavolo di cristallo durante la cena di Quorra e dei Flynn, padre e figlio. Ma che ci fa quest’enorme porchetta rosa in quel luogo rarefatto, elegante ed etereo, totalmente bianco come il finale di 2001: Odissea nello spazio? E, non so cosa ne pensiate voi, ma a me stonava anche Michael Sheen che, superfan del primo Tron, nelle vesti di un’improbabile star glam rock (si è ispirato a Ziggy Stardust di David Bowie), gigioneggia nel locale virtuale della rete; locale che, peraltro, è soprattutto un pretesto per dare spazio alla colonna sonora dei Daft Punk.
Per non parlare delle incongruenze, dei dialoghi inutili e della confusione che la sceneggiatura crea all’inizio con lo scopo di omaggiare il primo Tron, tra figli di Flynn e di Dillinger e la parte eccessivamente defilata di Bruce Boxleitner che nel film del 1982 aveva aiutato l’hacker Flynn (Jeff Bridges) a combattere il potere dispotico dell’Mcp, il Master Control Program. In sostanza, come spesso capita il sequel spinge il pubblico a guardare nostalgicamente al primo film e, considerando che si tratta, appunto, di Tron (1982), mi sembra già un buon risultato.
Detto questo resta da capire perché riprendere un film del genere proprio adesso e quali motivi d’interesse possa vantare. Mark Dery, in un libro del 1996, per minimizzare la carica potenzialmente eversiva del revival della moda sessantottina di quel periodo cita la frase di un comico americano: “gli anni '90 sono solo i ‘60 capovolti”. Come a dire che nei ‘90 si prende tutto quello che era potenzialmente innovativo ed eversivo nei ‘60 e lo si trasforma in pubblicità, in commercio. In realtà, poi, il concetto si arricchiva perché Dery lo collocava più specificatamente nella cybercultura. In due parole l’universo digitale/informatico veniva investito di cultura psichedelica sessantottina (Timothy Leary) creando una commistione filosofia/tecnologia. (Mark Dery, Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio, Feltrinelli, 1997). Nei 2000 – o almeno in questo breve scorcio finale – invece, paiono essere ritornati gli ‘80.
Generalmente lo vediamo negli orologi, nelle giacche con le spalline, nei leggings (fuseaux), negli stivaletti che mi sembra di scorgere nelle vetrine e addosso alla gente; ma anche nella musica, nei film, nello stile. Prendete molto alla larga quello che sto dicendo, è solo una suggestione fugace, non ha niente di chiaro né di ragionato e, infatti, potrebbe anche essere un mio abbaglio. Potrebbe, soprattutto, non significare nulla in termini politici o sociali (il che meriterebbe, comunque, un’analisi approfondita che qui è impossibile); la moda, insomma, agisce anche così: come un balzo nel passato, senza criterio logico. Il punto cui voglio arrivare è questo: non sembra anche a voi che Tron Legacy sia equivalente a questo balzo nel passato? Prendiamo, per esempio, lo stile figurativo: fasci di luce che ricordano i circuiti elettrici. Negli anni 80 l’ossessione dell’osservare da vicino, di guardare alla superficie, al dettaglio, al corpo, alla visione macroscopica del reale era fortissima. Se dovessimo, ora, a inizi 2011, dare un’immagine al mondo virtuale cosa ne verrebbe fuori? Forse a nessuno verrebbe ancora in mente di interpretare il cyberspace in modo ‘letterale’ come, appunto, un enorme circuito elettronico. Ma in un remake fedele – come quello che abbiamo visto – questo stile tipico degli ‘80 doveva essere riesumato utilizzando, però, una tecnologia più sofisticata, ovvero un diverso, nuovo motivo d’interesse. Il risultato è, appunto, una visione superficiale, macroscopica della ‘materia virtuale’ (i circuiti) elevata al quadrato, superlativa, solo che l’effetto è molto diverso da quello ottenuto nel 1982. Oggi non possiamo più affidarci ad una visione ‘letterale’ del virtuale ed è forse questo il motivo per cui il film produce in noi quella sensazione nostalgica che si prova quando si rivedono sui manichini delle vetrine fuseaux e stivaletti che andavano di moda venti anni fa. È, appunto, qualcosa di esteriore, di superficiale e, al limite, ha il fascino del déjà vu. La sequenza della gara tra moto è un perfetto esempio di questo meccanismo di déjà vu ed è una delle eredità più forti tra Tron e Legacy.
Se, quindi, il sostrato epistemologico che ha richiamato alla luce Tron (Legacy) e ha giustificato la ripresa può essere potenzialmente denso di motivi di riflessione (le forme del cambiamento come i social network, l’importanza della telematica in qualunque tipo di settore, l’informazionalismo, i movimenti culturali grassroots), il risultato cinematografico equivale ad un melanconico sguardo verso il passato. E come nel caso di Avatar il suo nucleo di senso, la sua morale – concedetemi il termine – rimane quella del classico e molto disneyano, molto hollywoodiano, monito contro forme di potere autoritarie e dispotiche e a favore della libertà individuale. Da notare, a questo proposito, che nell’edizione originale i ‘creativi’ sono gli ‘utenti’ (user), il che richiama, appunto, il tema della rete come luogo aperto, libero, democratico; questo aggancio logico, però, è apparso inspiegabilmente poco importante ai doppiatori italiani.
Il destino di Tron è stato quello di passare alla storia come uno dei primi film che utilizzava la computer graphic; succederà lo stesso anche a Legacy, considerando che, per esempio, la metamorfosi digitale di Jeff Bridges ringiovanito è davvero impressionante? Destinati entrambi ad essere ricordati per gli effetti speciali. Eppure Tron poteva anche contare su alcune coordinate interessanti: i famigerati ‘80 furono al cinema gli anni delle ‘macchine senzienti’, Terminator, Robocop, Electric Dreams, Corto circuito… e, come fa notare Giona Nazzaro (Film Tv n. 52) “pochi si accorsero che Tron viaggiava sulle coordinate videodromiche di Cronenberg”…Certo, verissimo, ma al cinema, come ovunque, la classe non è acqua e non bastano buone intenzioni e premesse tematiche interessanti per fare buoni film!
Diciamo la verità: se non ci fosse stato Steven Lisberger – qui in veste non di regista ma di produttore – a spingere sul progetto, chi avrebbe voluto veramente vedere un remake del film del 1982? Un totale flop, massacrato da critica e dimenticato dal pubblico. Certo, Tron è stato un film epocale, in tutto e per tutto in linea con il suo tempo ma, francamente, noiosissimo. E lo stesso tipo di sensazione è offerta da Tron Legacy, due lunghe ore di scie luminose a mo’ di circuito elettrico che si attorcigliano alla gola del povero spettatore. Il fondo lo tocca quando, per dirne una, compare un’enorme porchetta sul tavolo di cristallo durante la cena di Quorra e dei Flynn, padre e figlio. Ma che ci fa quest’enorme porchetta rosa in quel luogo rarefatto, elegante ed etereo, totalmente bianco come il finale di 2001: Odissea nello spazio? E, non so cosa ne pensiate voi, ma a me stonava anche Michael Sheen che, superfan del primo Tron, nelle vesti di un’improbabile star glam rock (si è ispirato a Ziggy Stardust di David Bowie), gigioneggia nel locale virtuale della rete; locale che, peraltro, è soprattutto un pretesto per dare spazio alla colonna sonora dei Daft Punk.
Per non parlare delle incongruenze, dei dialoghi inutili e della confusione che la sceneggiatura crea all’inizio con lo scopo di omaggiare il primo Tron, tra figli di Flynn e di Dillinger e la parte eccessivamente defilata di Bruce Boxleitner che nel film del 1982 aveva aiutato l’hacker Flynn (Jeff Bridges) a combattere il potere dispotico dell’Mcp, il Master Control Program. In sostanza, come spesso capita, il remake spinge il pubblico a guardare nostalgicamente al primo film e, considerando che si tratta, appunto, di Tron (1982), mi sembra già un buon risultato.
Detto questo resta da capire perché rifare un film del genere proprio adesso e quali motivi d’interesse possa vantare. Mark Dery, in un libro del 1996, per minimizzare la carica potenzialmente eversiva del revival della moda sessantottina di quel periodo cita la frase di un comico americano: “gli anni 90 sono solo i ‘60 capovolti”. Come a dire che nei ‘90 si prende tutto quello che era potenzialmente innovativo ed eversivo nei ‘60 e lo si trasforma in pubblicità, in commercio. In realtà, poi, il concetto si arricchiva perché Dery lo collocava più specificatamente nella cybercultura. In due parole l’universo digitale/informatico veniva investito di cultura psichedelica sessantottina (Timothy Leary) creando una commistione filosofia/tecnologia. (Mark Dery, Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio, Feltrinelli, 1997). Nei 2000 – o almeno in questo breve scorcio finale – invece, paiono essere ritornati gli ‘80. Generalmente lo vediamo negli orologi, nelle giacche con le spalline, nei leggings (fuseaux), negli stivaletti che mi sembra di scorgere nelle vetrine e addosso alla gente; ma anche nella musica, nei film, nello stile. Prendete molto alla larga quello che sto dicendo, è solo una suggestione fugace, non ha niente di chiaro né di ragionato e, infatti, potrebbe anche essere un mio abbaglio. Potrebbe, soprattutto, non significare nulla in termini politici o sociali (il che meriterebbe, comunque, un’analisi approfondita che qui è impossibile); la moda, insomma, agisce anche così: come un balzo nel passato, senza criterio logico. Il punto cui voglio arrivare è questo: non sembra anche a voi che Tron Legacy sia equivalente a questo balzo nel passato? Prendiamo, per esempio, lo stile figurativo: fasci di luce che ricordano i circuiti elettrici. Negli anni 80 l’ossessione dell’osservare da vicino, di guardare alla superficie, al dettaglio, al corpo, alla visione macroscopica del reale era fortissima. Se dovessimo, ora, a inizi 2011, dare un’immagine al mondo virtuale cosa ne verrebbe fuori? Forse a nessuno verrebbe ancora in mente di interpretare il cyberspace in modo ‘letterale’ come, appunto, un enorme circuito elettronico. Ma in un remake fedele – come quello che abbiamo visto – questo stile tipico degli ‘80 doveva essere riesumato utilizzando, però, una tecnologia più sofisticata, ovvero un diverso, nuovo motivo d’interesse. Il risultato è, appunto, una visione superficiale, macroscopica della ‘materia virtuale’ (i circuiti) elevata al quadrato, superlativa, solo che l’effetto è molto diverso da quello ottenuto nel 1982. Oggi non possiamo più affidarci ad una visione ‘letterale’ del virtuale ed è forse questo il motivo per cui il film produce in noi quella sensazione nostalgica che si prova quando si rivedono sui manichini delle vetrine fuseaux e stivaletti che andavano di moda venti anni fa. È, appunto, qualcosa di esteriore, di superficiale e, al limite, ha il fascino del déjà vu. La sequenza della gara tra moto è un perfetto esempio di questo meccanismo di déjà vu ed è una delle eredità più forti tra Tron e Legacy.
Se, quindi, il sostrato epistemologico che ha richiamato alla luce Tron (Legacy) e ha giustificato il remake può essere potenzialmente denso di motivi di riflessione (le forme del cambiamento come i social network, l’importanza della telematica in qualunque tipo di settore, l’informazionalismo, i movimenti culturali grassroots), il risultato cinematografico equivale ad un melanconico sguardo verso il passato. E come nel caso di Avataril suo nucleo di senso, la sua morale – concedetemi il termine – rimane quella del classico e molto disneyano, molto hollywoodiano, monito contro forme di potere autoritarie e dispotiche e a favore della libertà individuale. Da notare, a questo proposito, che nell’edizione originale i ‘creativi’ sono gli ‘utenti’ (user), il che richiama, appunto, il tema della rete come luogo aperto, libero, democratico; questo aggancio logico, però, è apparso inspiegabilmente poco importante ai doppiatori italiani.
Il destino di Tronè stato quello di passare alla storia come uno dei primi film che utilizzava la computer graphic; succederà lo stesso anche a Legacy, considerando che, per esempio, la metamorfosi digitale di Jeff Bridges ringiovanito è davvero impressionante? Destinati entrambi ad essere ricordati per gli effetti speciali. Eppure Tronpoteva anche contare su alcune coordinate interessanti: i famigerati ‘80 furono al cinema gli anni delle ‘macchine senzienti’, Terminator, Robocop, Electric Dreams, Corto circuito… e, come fa notare Giona Nazzaro (Film Tv n. 52) “pochi si accorsero che Tron viaggiava sulle coordinate videodromiche di Cronenberg”..Certo, verissimo, ma al cinema, come ovunque, la classe non è acqua e non bastano buone intenzioni e premesse tematiche interessanti per fare buoni film!
Diciamo la verità: se non ci fosse stato Steven Lisberger – qui in veste non di regista ma di produttore – a spingere sul progetto, chi avrebbe voluto veramente vedere un remake del film del 1982? Un totale flop, massacrato da critica e dimenticato dal pubblico. Certo, Tron è stato un film epocale, in tutto e per tutto in linea con il suo tempo ma, francamente, noiosissimo. E lo stesso tipo di sensazione è offerta da Tron Legacy, due lunghe ore di scie luminose a mo’ di circuito elettrico che si attorcigliano alla gola del povero spettatore. Il fondo lo tocca quando, per dirne una, compare un’enorme porchetta sul tavolo di cristallo durante la cena di Quorra e dei Flynn, padre e figlio. Ma che ci fa quest’enorme porchetta rosa in quel luogo rarefatto, elegante ed etereo, totalmente bianco come il finale di 2001: Odissea nello spazio? E, non so cosa ne pensiate voi, ma a me stonava anche Michael Sheen che, superfan del primo Tron, nelle vesti di un’improbabile star glam rock (si è ispirato a Ziggy Stardust di David Bowie), gigioneggia nel locale virtuale della rete; locale che, peraltro, è soprattutto un pretesto per dare spazio alla colonna sonora dei Daft Punk.
Per non parlare delle incongruenze, dei dialoghi inutili e della confusione che la sceneggiatura crea all’inizio con lo scopo di omaggiare il primo Tron, tra figli di Flynn e di Dillinger e la parte eccessivamente defilata di Bruce Boxleitner che nel film del 1982 aveva aiutato l’hacker Flynn (Jeff Bridges) a combattere il potere dispotico dell’Mcp, il Master Control Program. In sostanza, come spesso capita, il remake spinge il pubblico a guardare nostalgicamente al primo film e, considerando che si tratta, appunto, di Tron (1982), mi sembra già un buon risultato.
Detto questo resta da capire perché rifare un film del genere proprio adesso e quali motivi d’interesse possa vantare. Mark Dery, in un libro del 1996, per minimizzare la carica potenzialmente eversiva del revival della moda sessantottina di quel periodo cita la frase di un comico americano: “gli anni '90 sono solo i ‘60 capovolti”. Come a dire che nei ‘90 si prende tutto quello che era potenzialmente innovativo ed eversivo nei ‘60 e lo si trasforma in pubblicità, in commercio. In realtà, poi, il concetto si arricchiva perché Dery lo collocava più specificatamente nella cybercultura. In due parole l’universo digitale/informatico veniva investito di cultura psichedelica sessantottina (Timothy Leary) creando una commistione filosofia/tecnologia. (Mark Dery, Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio, Feltrinelli, 1997). Nei 2000 – o almeno in questo breve scorcio finale – invece, paiono essere ritornati gli ‘80. Generalmente lo vediamo negli orologi, nelle giacche con le spalline, nei leggings (fuseaux), negli stivaletti che mi sembra di scorgere nelle vetrine e addosso alla gente; ma anche nella musica, nei film, nello stile. Prendete molto alla larga quello che sto dicendo, è solo una suggestione fugace, non ha niente di chiaro né di ragionato e, infatti, potrebbe anche essere un mio abbaglio. Potrebbe, soprattutto, non significare nulla in termini politici o sociali (il che meriterebbe, comunque, un’analisi approfondita che qui è impossibile); la moda, insomma, agisce anche così: come un balzo nel passato, senza criterio logico. Il punto cui voglio arrivare è questo: non sembra anche a voi che Tron Legacy sia equivalente a questo balzo nel passato? Prendiamo, per esempio, lo stile figurativo: fasci di luce che ricordano i circuiti elettrici. Negli anni 80 l’ossessione dell’osservare da vicino, di guardare alla superficie, al dettaglio, al corpo, alla visione macroscopica del reale era fortissima. Se dovessimo, ora, a inizi 2011, dare un’immagine al mondo virtuale cosa ne verrebbe fuori? Forse a nessuno verrebbe ancora in mente di interpretare il cyberspace in modo ‘letterale’ come, appunto, un enorme circuito elettronico. Ma in un remake fedele – come quello che abbiamo visto – questo stile tipico degli ‘80 doveva essere riesumato utilizzando, però, una tecnologia più sofisticata, ovvero un diverso, nuovo motivo d’interesse. Il risultato è, appunto, una visione superficiale, macroscopica della ‘materia virtuale’ (i circuiti) elevata al quadrato, superlativa, solo che l’effetto è molto diverso da quello ottenuto nel 1982. Oggi non possiamo più affidarci ad una visione ‘letterale’ del virtuale ed è forse questo il motivo per cui il film produce in noi quella sensazione nostalgica che si prova quando si rivedono sui manichini delle vetrine fuseaux e stivaletti che andavano di moda venti anni fa. È, appunto, qualcosa di esteriore, di superficiale e, al limite, ha il fascino del déjà vu. La sequenza della gara tra moto è un perfetto esempio di questo meccanismo di déjà vu ed è una delle eredità più forti tra Tron e Legacy.
Se, quindi, il sostrato epistemologico che ha richiamato alla luce Tron (Legacy) e ha giustificato il remake può essere potenzialmente denso di motivi di riflessione (le forme del cambiamento come i social network, l’importanza della telematica in qualunque tipo di settore, l’informazionalismo, i movimenti culturali grassroots), il risultato cinematografico equivale ad un melanconico sguardo verso il passato. E come nel caso di Avataril suo nucleo di senso, la sua morale – concedetemi il termine – rimane quella del classico e molto disneyano, molto hollywoodiano, monito contro forme di potere autoritarie e dispotiche e a favore della libertà individuale. Da notare, a questo proposito, che nell’edizione originale i ‘creativi’ sono gli ‘utenti’ (user), il che richiama, appunto, il tema della rete come luogo aperto, libero, democratico; questo aggancio logico, però, è apparso inspiegabilmente poco importante ai doppiatori italiani.
Il destino di Tronè stato quello di passare alla storia come uno dei primi film che utilizzava la computer graphic; succederà lo stesso anche a Legacy, considerando che, per esempio, la metamorfosi digitale di Jeff Bridges ringiovanito è davvero impressionante? Destinati entrambi ad essere ricordati per gli effetti speciali. Eppure Tronpoteva anche contare su alcune coordinate interessanti: i famigerati ‘80 furono al cinema gli anni delle ‘macchine senzienti’, Terminator, Robocop, Electric Dreams, Corto circuito… e, come fa notare Giona Nazzaro (Film Tv n. 52) “pochi si accorsero che Tron viaggiava sulle coordinate videodromiche di Cronenberg”..Certo, verissimo, ma al cinema, come ovunque, la classe non è acqua e non bastano buone intenzioni e premesse tematiche interessanti per fare buoni film!
Diciamo la verità: se non ci fosse stato Steven Lisberger – qui in veste non di regista ma di produttore – a spingere sul progetto, chi avrebbe voluto veramente vedere un remake del film del 1982? Un totale flop, massacrato da critica e dimenticato dal pubblico. Certo, Tron è stato un film epocale, in tutto e per tutto in linea con il suo tempo ma, francamente, noiosissimo. E lo stesso tipo di sensazione è offerta da Tron Legacy, due lunghe ore di scie luminose a mo’ di circuito elettrico che si attorcigliano alla gola del povero spettatore. Il fondo lo tocca quando, per dirne una, compare un’enorme porchetta sul tavolo di cristallo durante la cena di Quorra e dei Flynn, padre e figlio. Ma che ci fa quest’enorme porchetta rosa in quel luogo rarefatto, elegante ed etereo, totalmente bianco come il finale di 2001: Odissea nello spazio? E, non so cosa ne pensiate voi, ma a me stonava anche Michael Sheen che, superfan del primo Tron, nelle vesti di un’improbabile star glam rock (si è ispirato a Ziggy Stardust di David Bowie), gigioneggia nel locale virtuale della rete; locale che, peraltro, è soprattutto un pretesto per dare spazio alla colonna sonora dei Daft Punk.
Per non parlare delle incongruenze, dei dialoghi inutili e della confusione che la sceneggiatura crea all’inizio con lo scopo di omaggiare il primo Tron, tra figli di Flynn e di Dillinger e la parte eccessivamente defilata di Bruce Boxleitner che nel film del 1982 aveva aiutato l’hacker Flynn (Jeff Bridges) a combattere il potere dispotico dell’Mcp, il Master Control Program. In sostanza, come spesso capita, il remake spinge il pubblico a guardare nostalgicamente al primo film e, considerando che si tratta, appunto, di Tron (1982), mi sembra già un buon risultato.
Detto questo resta da capire perché rifare un film del genere proprio adesso e quali motivi d’interesse possa vantare. Mark Dery, in un libro del 1996, per minimizzare la carica potenzialmente eversiva del revival della moda sessantottina di quel periodo cita la frase di un comico americano: “gli anni 90 sono solo i ‘60 capovolti”. Come a dire che nei ‘90 si prende tutto quello che era potenzialmente innovativo ed eversivo nei ‘60 e lo si trasforma in pubblicità, in commercio. In realtà, poi, il concetto si arricchiva perché Dery lo collocava più specificatamente nella cybercultura. In due parole l’universo digitale/informatico veniva investito di cultura psichedelica sessantottina (Timothy Leary) creando una commistione filosofia/tecnologia. (Mark Dery, Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio, Feltrinelli, 1997). Nei 2000 – o almeno in questo breve scorcio finale – invece, paiono essere ritornati gli ‘80. Generalmente lo vediamo negli orologi, nelle giacche con le spalline, nei leggings (fuseaux), negli stivaletti che mi sembra di scorgere nelle vetrine e addosso alla gente; ma anche nella musica, nei film, nello stile. Prendete molto alla larga quello che sto dicendo, è solo una suggestione fugace, non ha niente di chiaro né di ragionato e, infatti, potrebbe anche essere un mio abbaglio. Potrebbe, soprattutto, non significare nulla in termini politici o sociali (il che meriterebbe, comunque, un’analisi approfondita che qui è impossibile); la moda, insomma, agisce anche così: come un balzo nel passato, senza criterio logico. Il punto cui voglio arrivare è questo: non sembra anche a voi che Tron Legacy sia equivalente a questo balzo nel passato? Prendiamo, per esempio, lo stile figurativo: fasci di luce che ricordano i circuiti elettrici. Negli anni 80 l’ossessione dell’osservare da vicino, di guardare alla superficie, al dettaglio, al corpo, alla visione macroscopica del reale era fortissima. Se dovessimo, ora, a inizi 2011, dare un’immagine al mondo virtuale cosa ne verrebbe fuori? Forse a nessuno verrebbe ancora in mente di interpretare il cyberspace in modo ‘letterale’ come, appunto, un enorme circuito elettronico. Ma in un remake fedele – come quello che abbiamo visto – questo stile tipico degli ‘80 doveva essere riesumato utilizzando, però, una tecnologia più sofisticata, ovvero un diverso, nuovo motivo d’interesse. Il risultato è, appunto, una visione superficiale, macroscopica della ‘materia virtuale’ (i circuiti) elevata al quadrato, superlativa, solo che l’effetto è molto diverso da quello ottenuto nel 1982. Oggi non possiamo più affidarci ad una visione ‘letterale’ del virtuale ed è forse questo il motivo per cui il film produce in noi quella sensazione nostalgica che si prova quando si rivedono sui manichini delle vetrine fuseaux e stivaletti che andavano di moda venti anni fa. È, appunto, qualcosa di esteriore, di superficiale e, al limite, ha il fascino del déjà vu. La sequenza della gara tra moto è un perfetto esempio di questo meccanismo di déjà vu ed è una delle eredità più forti tra Tron e Legacy.
Se, quindi, il sostrato epistemologico che ha richiamato alla luce Tron (Legacy) e ha giustificato il remake può essere potenzialmente denso di motivi di riflessione (le forme del cambiamento come i social network, l’importanza della telematica in qualunque tipo di settore, l’informazionalismo, i movimenti culturali grassroots), il risultato cinematografico equivale ad un melanconico sguardo verso il passato. E come nel caso di Avataril suo nucleo di senso, la sua morale – concedetemi il termine – rimane quella del classico e molto disneyano, molto hollywoodiano, monito contro forme di potere autoritarie e dispotiche e a favore della libertà individuale. Da notare, a questo proposito, che nell’edizione originale i ‘creativi’ sono gli ‘utenti’ (user), il che richiama, appunto, il tema della rete come luogo aperto, libero, democratico; questo aggancio logico, però, è apparso inspiegabilmente poco importante ai doppiatori italiani.
Il destino di Tronè stato quello di passare alla storia come uno dei primi film che utilizzava la computer graphic; succederà lo stesso anche a Legacy, considerando che, per esempio, la metamorfosi digitale di Jeff Bridges ringiovanito è davvero impressionante? Destinati entrambi ad essere ricordati per gli effetti speciali. Eppure Tronpoteva anche contare su alcune coordinate interessanti: i famigerati ‘80 furono al cinema gli anni delle ‘macchine senzienti’, Terminator, Robocop, Electric Dreams, Corto circuito… e, come fa notare Giona Nazzaro (Film Tv n. 52) “pochi si accorsero che Tron viaggiava sulle coordinate videodromiche di Cronenberg”..Certo, verissimo, ma al cinema, come ovunque, la classe non è acqua e non bastano buone intenzioni e premesse tematiche interessanti per fare buoni film!
Diciamo la verità: se non ci fosse stato Steven Lisberger – qui in veste non di regista ma di produttore – a spingere sul progetto, chi avrebbe voluto veramente vedere un remake del film del 1982? Un totale flop, massacrato da critica e dimenticato dal pubblico. Certo, Tron è stato un film epocale, in tutto e per tutto in linea con il suo tempo ma, francamente, noiosissimo. E lo stesso tipo di sensazione è offerta da Tron Legacy, due lunghe ore di scie luminose a mo’ di circuito elettrico che si attorcigliano alla gola del povero spettatore. Il fondo lo tocca quando, per dirne una, compare un’enorme porchetta sul tavolo di cristallo durante la cena di Quorra e dei Flynn, padre e figlio. Ma che ci fa quest’enorme porchetta rosa in quel luogo rarefatto, elegante ed etereo, totalmente bianco come il finale di 2001: Odissea nello spazio? E, non so cosa ne pensiate voi, ma a me stonava anche Michael Sheen che, superfan del primo Tron, nelle vesti di un’improbabile star glam rock (si è ispirato a Ziggy Stardust di David Bowie), gigioneggia nel locale virtuale della rete; locale che, peraltro, è soprattutto un pretesto per dare spazio alla colonna sonora dei Daft Punk.
Per non parlare delle incongruenze, dei dialoghi inutili e della confusione che la sceneggiatura crea all’inizio con lo scopo di omaggiare il primo Tron, tra figli di Flynn e di Dillinger e la parte eccessivamente defilata di Bruce Boxleitner che nel film del 1982 aveva aiutato l’hacker Flynn (Jeff Bridges) a combattere il potere dispotico dell’Mcp, il Master Control Program. In sostanza, come spesso capita, il remake spinge il pubblico a guardare nostalgicamente al primo film e, considerando che si tratta, appunto, di Tron (1982), mi sembra già un buon risultato.
Detto questo resta da capire perché rifare un film del genere proprio adesso e quali motivi d’interesse possa vantare. Mark Dery, in un libro del 1996, per minimizzare la carica potenzialmente eversiva del revival della moda sessantottina di quel periodo cita la frase di un comico americano: “gli anni '90 sono solo i ‘60 capovolti”. Come a dire che nei ‘90 si prende tutto quello che era potenzialmente innovativo ed eversivo nei ‘60 e lo si trasforma in pubblicità, in commercio. In realtà, poi, il concetto si arricchiva perché Dery lo collocava più specificatamente nella cybercultura. In due parole l’universo digitale/informatico veniva investito di cultura psichedelica sessantottina (Timothy Leary) creando una commistione filosofia/tecnologia. (Mark Dery, Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio, Feltrinelli, 1997). Nei 2000 – o almeno in questo breve scorcio finale – invece, paiono essere ritornati gli ‘80. Generalmente lo vediamo negli orologi, nelle giacche con le spalline, nei leggings (fuseaux), negli stivaletti che mi sembra di scorgere nelle vetrine e addosso alla gente; ma anche nella musica, nei film, nello stile. Prendete molto alla larga quello che sto dicendo, è solo una suggestione fugace, non ha niente di chiaro né di ragionato e, infatti, potrebbe anche essere un mio abbaglio. Potrebbe, soprattutto, non significare nulla in termini politici o sociali (il che meriterebbe, comunque, un’analisi approfondita che qui è impossibile); la moda, insomma, agisce anche così: come un balzo nel passato, senza criterio logico. Il punto cui voglio arrivare è questo: non sembra anche a voi che Tron Legacy sia equivalente a questo balzo nel passato? Prendiamo, per esempio, lo stile figurativo: fasci di luce che ricordano i circuiti elettrici. Negli anni 80 l’ossessione dell’osservare da vicino, di guardare alla superficie, al dettaglio, al corpo, alla visione macroscopica del reale era fortissima. Se dovessimo, ora, a inizi 2011, dare un’immagine al mondo virtuale cosa ne verrebbe fuori? Forse a nessuno verrebbe ancora in mente di interpretare il cyberspace in modo ‘letterale’ come, appunto, un enorme circuito elettronico. Ma in un remake fedele – come quello che abbiamo visto – questo stile tipico degli ‘80 doveva essere riesumato utilizzando, però, una tecnologia più sofisticata, ovvero un diverso, nuovo motivo d’interesse. Il risultato è, appunto, una visione superficiale, macroscopica della ‘materia virtuale’ (i circuiti) elevata al quadrato, superlativa, solo che l’effetto è molto diverso da quello ottenuto nel 1982. Oggi non possiamo più affidarci ad una visione ‘letterale’ del virtuale ed è forse questo il motivo per cui il film produce in noi quella sensazione nostalgica che si prova quando si rivedono sui manichini delle vetrine fuseaux e stivaletti che andavano di moda venti anni fa. È, appunto, qualcosa di esteriore, di superficiale e, al limite, ha il fascino del déjà vu. La sequenza della gara tra moto è un perfetto esempio di questo meccanismo di déjà vu ed è una delle eredità più forti tra Tron e Legacy.
Se, quindi, il sostrato epistemologico che ha richiamato alla luce Tron (Legacy) e ha giustificato il remake può essere potenzialmente denso di motivi di riflessione (le forme del cambiamento come i social network, l’importanza della telematica in qualunque tipo di settore, l’informazionalismo, i movimenti culturali grassroots), il risultato cinematografico equivale ad un melanconico sguardo verso il passato. E come nel caso di Avatar il suo nucleo di senso, la sua morale – concedetemi il termine – rimane quella del classico e molto disneyano, molto hollywoodiano, monito contro forme di potere autoritarie e dispotiche e a favore della libertà individuale. Da notare, a questo proposito, che nell’edizione originale i ‘creativi’ sono gli ‘utenti’ (user), il che richiama, appunto, il tema della rete come luogo aperto, libero, democratico; questo aggancio logico, però, è apparso inspiegabilmente poco importante ai doppiatori italiani.
Il destino di Tron è stato quello di passare alla storia come uno dei primi film che utilizzava la computer graphic; succederà lo stesso anche a Legacy, considerando che, per esempio, la metamorfosi digitale di Jeff Bridges ringiovanito è davvero impressionante? Destinati entrambi ad essere ricordati per gli effetti speciali. Eppure Tron poteva anche contare su alcune coordinate interessanti: i famigerati ‘80 furono al cinema gli anni delle ‘macchine senzienti’, Terminator, Robocop, Electric Dreams, Corto circuito… e, come fa notare Giona Nazzaro (Film Tv n. 52) “pochi si accorsero che Tron viaggiava sulle coordinate videodromiche di Cronenberg”..Certo, verissimo, ma al cinema, come ovunque, la classe non è acqua e non bastano buone intenzioni e premesse tematiche interessanti per fare buoni film!
Diciamo la verità: se non ci fosse stato Steven Lisberger – qui in veste non di regista ma di produttore – a spingere sul progetto, chi avrebbe voluto veramente vedere un remake del film del 1982? Un totale flop, massacrato da critica e dimenticato dal pubblico. Certo, Tron è stato un film epocale, in tutto e per tutto in linea con il suo tempo ma, francamente, noiosissimo. E lo stesso tipo di sensazione è offerta da Tron Legacy, due lunghe ore di scie luminose a mo’ di circuito elettrico che si attorcigliano alla gola del povero spettatore. Il fondo lo tocca quando, per dirne una, compare un’enorme porchetta sul tavolo di cristallo durante la cena di Quorra e dei Flynn, padre e figlio. Ma che ci fa quest’enorme porchetta rosa in quel luogo rarefatto, elegante ed etereo, totalmente bianco come il finale di 2001: Odissea nello spazio? E, non so cosa ne pensiate voi, ma a me stonava anche Michael Sheen che, superfan del primo Tron, nelle vesti di un’improbabile star glam rock (si è ispirato a Ziggy Stardust di David Bowie), gigioneggia nel locale virtuale della rete; locale che, peraltro, è soprattutto un pretesto per dare spazio alla colonna sonora dei Daft Punk.
Per non parlare delle incongruenze, dei dialoghi inutili e della confusione che la sceneggiatura crea all’inizio con lo scopo di omaggiare il primo Tron, tra figli di Flynn e di Dillinger e la parte eccessivamente defilata di Bruce Boxleitner che nel film del 1982 aveva aiutato l’hacker Flynn (Jeff Bridges) a combattere il potere dispotico dell’Mcp, il Master Control Program. In sostanza, come spesso capita, il remake spinge il pubblico a guardare nostalgicamente al primo film e, considerando che si tratta, appunto, di Tron (1982), mi sembra già un buon risultato.
Detto questo resta da capire perché rifare un film del genere proprio adesso e quali motivi d’interesse possa vantare. Mark Dery, in un libro del 1996, per minimizzare la carica potenzialmente eversiva del revival della moda sessantottina di quel periodo cita la frase di un comico americano: “gli anni 90 sono solo i ‘60 capovolti”. Come a dire che nei ‘90 si prende tutto quello che era potenzialmente innovativo ed eversivo nei ‘60 e lo si trasforma in pubblicità, in commercio. In realtà, poi, il concetto si arricchiva perché Dery lo collocava più specificatamente nella cybercultura. In due parole l’universo digitale/informatico veniva investito di cultura psichedelica sessantottina (Timothy Leary) creando una commistione filosofia/tecnologia. (Mark Dery, Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio, Feltrinelli, 1997). Nei 2000 – o almeno in questo breve scorcio finale – invece, paiono essere ritornati gli ‘80. Generalmente lo vediamo negli orologi, nelle giacche con le spalline, nei leggings (fuseaux), negli stivaletti che mi sembra di scorgere nelle vetrine e addosso alla gente; ma anche nella musica, nei film, nello stile. Prendete molto alla larga quello che sto dicendo, è solo una suggestione fugace, non ha niente di chiaro né di ragionato e, infatti, potrebbe anche essere un mio abbaglio. Potrebbe, soprattutto, non significare nulla in termini politici o sociali (il che meriterebbe, comunque, un’analisi approfondita che qui è impossibile); la moda, insomma, agisce anche così: come un balzo nel passato, senza criterio logico. Il punto cui voglio arrivare è questo: non sembra anche a voi che Tron Legacy sia equivalente a questo balzo nel passato? Prendiamo, per esempio, lo stile figurativo: fasci di luce che ricordano i circuiti elettrici. Negli anni 80 l’ossessione dell’osservare da vicino, di guardare alla superficie, al dettaglio, al corpo, alla visione macroscopica del reale era fortissima. Se dovessimo, ora, a inizi 2011, dare un’immagine al mondo virtuale cosa ne verrebbe fuori? Forse a nessuno verrebbe ancora in mente di interpretare il cyberspace in modo ‘letterale’ come, appunto, un enorme circuito elettronico. Ma in un remake fedele – come quello che abbiamo visto – questo stile tipico degli ‘80 doveva essere riesumato utilizzando, però, una tecnologia più sofisticata, ovvero un diverso, nuovo motivo d’interesse. Il risultato è, appunto, una visione superficiale, macroscopica della ‘materia virtuale’ (i circuiti) elevata al quadrato, superlativa, solo che l’effetto è molto diverso da quello ottenuto nel 1982. Oggi non possiamo più affidarci ad una visione ‘letterale’ del virtuale ed è forse questo il motivo per cui il film produce in noi quella sensazione nostalgica che si prova quando si rivedono sui manichini delle vetrine fuseaux e stivaletti che andavano di moda venti anni fa. È, appunto, qualcosa di esteriore, di superficiale e, al limite, ha il fascino del déjà vu. La sequenza della gara tra moto è un perfetto esempio di questo meccanismo di déjà vu ed è una delle eredità più forti tra Tron e Legacy.
Se, quindi, il sostrato epistemologico che ha richiamato alla luce Tron (Legacy) e ha giustificato il remake può essere potenzialmente denso di motivi di riflessione (le forme del cambiamento come i social network, l’importanza della telematica in qualunque tipo di settore, l’informazionalismo, i movimenti culturali grassroots), il risultato cinematografico equivale ad un melanconico sguardo verso il passato. E come nel caso di Avataril suo nucleo di senso, la sua morale – concedetemi il termine – rimane quella del classico e molto disneyano, molto hollywoodiano, monito contro forme di potere autoritarie e dispotiche e a favore della libertà individuale. Da notare, a questo proposito, che nell’edizione originale i ‘creativi’ sono gli ‘utenti’ (user), il che richiama, appunto, il tema della rete come luogo aperto, libero, democratico; questo aggancio logico, però, è apparso inspiegabilmente poco importante ai doppiatori italiani.
Il destino di Tronè stato quello di passare alla storia come uno dei primi film che utilizzava la computer graphic; succederà lo stesso anche a Legacy, considerando che, per esempio, la metamorfosi digitale di Jeff Bridges ringiovanito è davvero impressionante? Destinati entrambi ad essere ricordati per gli effetti speciali. Eppure Tronpoteva anche contare su alcune coordinate interessanti: i famigerati ‘80 furono al cinema gli anni delle ‘macchine senzienti’, Terminator, Robocop, Electric Dreams, Corto circuito… e, come fa notare Giona Nazzaro (Film Tv n. 52) “pochi si accorsero che Tron viaggiava sulle coordinate videodromiche di Cronenberg”..Certo, verissimo, ma al cinema, come ovunque, la classe non è acqua e non bastano buone intenzioni e premesse tematiche interessanti per fare buoni film!
Diciamo la verità: se non ci fosse stato Steven Lisberger – qui in veste non di regista ma di produttore – a spingere sul progetto, chi avrebbe voluto veramente vedere un remake del film del 1982? Un totale flop, massacrato da critica e dimenticato dal pubblico. Certo, Tron è stato un film epocale, in tutto e per tutto in linea con il suo tempo ma, francamente, noiosissimo. E lo stesso tipo di sensazione è offerta da Tron Legacy, due lunghe ore di scie luminose a mo’ di circuito elettrico che si attorcigliano alla gola del povero spettatore. Il fondo lo tocca quando, per dirne una, compare un’enorme porchetta sul tavolo di cristallo durante la cena di Quorra e dei Flynn, padre e figlio. Ma che ci fa quest’enorme porchetta rosa in quel luogo rarefatto, elegante ed etereo, totalmente bianco come il finale di 2001: Odissea nello spazio? E, non so cosa ne pensiate voi, ma a me stonava anche Michael Sheen che, superfan del primo Tron, nelle vesti di un’improbabile star glam rock (si è ispirato a Ziggy Stardust di David Bowie), gigioneggia nel locale virtuale della rete; locale che, peraltro, è soprattutto un pretesto per dare spazio alla colonna sonora dei Daft Punk.
Per non parlare delle incongruenze, dei dialoghi inutili e della confusione che la sceneggiatura crea all’inizio con lo scopo di omaggiare il primo Tron, tra figli di Flynn e di Dillinger e la parte eccessivamente defilata di Bruce Boxleitner che nel film del 1982 aveva aiutato l’hacker Flynn (Jeff Bridges) a combattere il potere dispotico dell’Mcp, il Master Control Program. In sostanza, come spesso capita, il remake spinge il pubblico a guardare nostalgicamente al primo film e, considerando che si tratta, appunto, di Tron (1982), mi sembra già un buon risultato.
Detto questo resta da capire perché rifare un film del genere proprio adesso e quali motivi d’interesse possa vantare. Mark Dery, in un libro del 1996, per minimizzare la carica potenzialmente eversiva del revival della moda sessantottina di quel periodo cita la frase di un comico americano: “gli anni '90 sono solo i ‘60 capovolti”. Come a dire che nei ‘90 si prende tutto quello che era potenzialmente innovativo ed eversivo nei ‘60 e lo si trasforma in pubblicità, in commercio. In realtà, poi, il concetto si arricchiva perché Dery lo collocava più specificatamente nella cybercultura. In due parole l’universo digitale/informatico veniva investito di cultura psichedelica sessantottina (Timothy Leary) creando una commistione filosofia/tecnologia. (Mark Dery, Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio, Feltrinelli, 1997). Nei 2000 – o almeno in questo breve scorcio finale – invece, paiono essere ritornati gli ‘80. Generalmente lo vediamo negli orologi, nelle giacche con le spalline, nei leggings (fuseaux), negli stivaletti che mi sembra di scorgere nelle vetrine e addosso alla gente; ma anche nella musica, nei film, nello stile. Prendete molto alla larga quello che sto dicendo, è solo una suggestione fugace, non ha niente di chiaro né di ragionato e, infatti, potrebbe anche essere un mio abbaglio. Potrebbe, soprattutto, non significare nulla in termini politici o sociali (il che meriterebbe, comunque, un’analisi approfondita che qui è impossibile); la moda, insomma, agisce anche così: come un balzo nel passato, senza criterio logico. Il punto cui voglio arrivare è questo: non sembra anche a voi che Tron Legacy sia equivalente a questo balzo nel passato? Prendiamo, per esempio, lo stile figurativo: fasci di luce che ricordano i circuiti elettrici. Negli anni 80 l’ossessione dell’osservare da vicino, di guardare alla superficie, al dettaglio, al corpo, alla visione macroscopica del reale era fortissima. Se dovessimo, ora, a inizi 2011, dare un’immagine al mondo virtuale cosa ne verrebbe fuori? Forse a nessuno verrebbe ancora in mente di interpretare il cyberspace in modo ‘letterale’ come, appunto, un enorme circuito elettronico. Ma in un remake fedele – come quello che abbiamo visto – questo stile tipico degli ‘80 doveva essere riesumato utilizzando, però, una tecnologia più sofisticata, ovvero un diverso, nuovo motivo d’interesse. Il risultato è, appunto, una visione superficiale, macroscopica della ‘materia virtuale’ (i circuiti) elevata al quadrato, superlativa, solo che l’effetto è molto diverso da quello ottenuto nel 1982. Oggi non possiamo più affidarci ad una visione ‘letterale’ del virtuale ed è forse questo il motivo per cui il film produce in noi quella sensazione nostalgica che si prova quando si rivedono sui manichini delle vetrine fuseaux e stivaletti che andavano di moda venti anni fa. È, appunto, qualcosa di esteriore, di superficiale e, al limite, ha il fascino del déjà vu. La sequenza della gara tra moto è un perfetto esempio di questo meccanismo di déjà vu ed è una delle eredità più forti tra Tron e Legacy.
Se, quindi, il sostrato epistemologico che ha richiamato alla luce Tron (Legacy) e ha giustificato il remake può essere potenzialmente denso di motivi di riflessione (le forme del cambiamento come i social network, l’importanza della telematica in qualunque tipo di settore, l’informazionalismo, i movimenti culturali grassroots), il risultato cinematografico equivale ad un melanconico sguardo verso il passato. E come nel caso di Avataril suo nucleo di senso, la sua morale – concedetemi il termine – rimane quella del classico e molto disneyano, molto hollywoodiano, monito contro forme di potere autoritarie e dispotiche e a favore della libertà individuale. Da notare, a questo proposito, che nell’edizione originale i ‘creativi’ sono gli ‘utenti’ (user), il che richiama, appunto, il tema della rete come luogo aperto, libero, democratico; questo aggancio logico, però, è apparso inspiegabilmente poco importante ai doppiatori italiani.
Il destino di Tronè stato quello di passare alla storia come uno dei primi film che utilizzava la computer graphic; succederà lo stesso anche a Legacy, considerando che, per esempio, la metamorfosi digitale di Jeff Bridges ringiovanito è davvero impressionante? Destinati entrambi ad essere ricordati per gli effetti speciali. Eppure Tronpoteva anche contare su alcune coordinate interessanti: i famigerati ‘80 furono al cinema gli anni delle ‘macchine senzienti’, Terminator, Robocop, Electric Dreams, Corto circuito… e, come fa notare Giona Nazzaro (Film Tv n. 52) “pochi si accorsero che Tron viaggiava sulle coordinate videodromiche di Cronenberg”..Certo, verissimo, ma al cinema, come ovunque, la classe non è acqua e non bastano buone intenzioni e premesse tematiche interessanti per fare buoni film!
Diciamo la verità: se non ci fosse stato Steven Lisberger – qui in veste non di regista ma di produttore – a spingere sul progetto, chi avrebbe voluto veramente vedere un remake del film del 1982? Un totale flop, massacrato da critica e dimenticato dal pubblico. Certo, Tron è stato un film epocale, in tutto e per tutto in linea con il suo tempo ma, francamente, noiosissimo. E lo stesso tipo di sensazione è offerta da Tron Legacy, due lunghe ore di scie luminose a mo’ di circuito elettrico che si attorcigliano alla gola del povero spettatore. Il fondo lo tocca quando, per dirne una, compare un’enorme porchetta sul tavolo di cristallo durante la cena di Quorra e dei Flynn, padre e figlio. Ma che ci fa quest’enorme porchetta rosa in quel luogo rarefatto, elegante ed etereo, totalmente bianco come il finale di 2001: Odissea nello spazio? E, non so cosa ne pensiate voi, ma a me stonava anche Michael Sheen che, superfan del primo Tron, nelle vesti di un’improbabile star glam rock (si è ispirato a Ziggy Stardust di David Bowie), gigioneggia nel locale virtuale della rete; locale che, peraltro, è soprattutto un pretesto per dare spazio alla colonna sonora dei Daft Punk.
Per non parlare delle incongruenze, dei dialoghi inutili e della confusione che la sceneggiatura crea all’inizio con lo scopo di omaggiare il primo Tron, tra figli di Flynn e di Dillinger e la parte eccessivamente defilata di Bruce Boxleitner che nel film del 1982 aveva aiutato l’hacker Flynn (Jeff Bridges) a combattere il potere dispotico dell’Mcp, il Master Control Program. In sostanza, come spesso capita, il remake spinge il pubblico a guardare nostalgicamente al primo film e, considerando che si tratta, appunto, di Tron (1982), mi sembra già un buon risultato.
Detto questo resta da capire perché rifare un film del genere proprio adesso e quali motivi d’interesse possa vantare. Mark Dery, in un libro del 1996, per minimizzare la carica potenzialmente eversiva del revival della moda sessantottina di quel periodo cita la frase di un comico americano: “gli anni 90 sono solo i ‘60 capovolti”. Come a dire che nei ‘90 si prende tutto quello che era potenzialmente innovativo ed eversivo nei ‘60 e lo si trasforma in pubblicità, in commercio. In realtà, poi, il concetto si arricchiva perché Dery lo collocava più specificatamente nella cybercultura. In due parole l’universo digitale/informatico veniva investito di cultura psichedelica sessantottina (Timothy Leary) creando una commistione filosofia/tecnologia. (Mark Dery, Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio, Feltrinelli, 1997). Nei 2000 – o almeno in questo breve scorcio finale – invece, paiono essere ritornati gli ‘80. Generalmente lo vediamo negli orologi, nelle giacche con le spalline, nei leggings (fuseaux), negli stivaletti che mi sembra di scorgere nelle vetrine e addosso alla gente; ma anche nella musica, nei film, nello stile. Prendete molto alla larga quello che sto dicendo, è solo una suggestione fugace, non ha niente di chiaro né di ragionato e, infatti, potrebbe anche essere un mio abbaglio. Potrebbe, soprattutto, non significare nulla in termini politici o sociali (il che meriterebbe, comunque, un’analisi approfondita che qui è impossibile); la moda, insomma, agisce anche così: come un balzo nel passato, senza criterio logico. Il punto cui voglio arrivare è questo: non sembra anche a voi che Tron Legacy sia equivalente a questo balzo nel passato? Prendiamo, per esempio, lo stile figurativo: fasci di luce che ricordano i circuiti elettrici. Negli anni 80 l’ossessione dell’osservare da vicino, di guardare alla superficie, al dettaglio, al corpo, alla visione macroscopica del reale era fortissima. Se dovessimo, ora, a inizi 2011, dare un’immagine al mondo virtuale cosa ne verrebbe fuori? Forse a nessuno verrebbe ancora in mente di interpretare il cyberspace in modo ‘letterale’ come, appunto, un enorme circuito elettronico. Ma in un remake fedele – come quello che abbiamo visto – questo stile tipico degli ‘80 doveva essere riesumato utilizzando, però, una tecnologia più sofisticata, ovvero un diverso, nuovo motivo d’interesse. Il risultato è, appunto, una visione superficiale, macroscopica della ‘materia virtuale’ (i circuiti) elevata al quadrato, superlativa, solo che l’effetto è molto diverso da quello ottenuto nel 1982. Oggi non possiamo più affidarci ad una visione ‘letterale’ del virtuale ed è forse questo il motivo per cui il film produce in noi quella sensazione nostalgica che si prova quando si rivedono sui manichini delle vetrine fuseaux e stivaletti che andavano di moda venti anni fa. È, appunto, qualcosa di esteriore, di superficiale e, al limite, ha il fascino del déjà vu. La sequenza della gara tra moto è un perfetto esempio di questo meccanismo di déjà vu ed è una delle eredità più forti tra Tron e Legacy.
Se, quindi, il sostrato epistemologico che ha richiamato alla luce Tron (Legacy) e ha giustificato il remake può essere potenzialmente denso di motivi di riflessione (le forme del cambiamento come i social network, l’importanza della telematica in qualunque tipo di settore, l’informazionalismo, i movimenti culturali grassroots), il risultato cinematografico equivale ad un melanconico sguardo verso il passato. E come nel caso di Avataril suo nucleo di senso, la sua morale – concedetemi il termine – rimane quella del classico e molto disneyano, molto hollywoodiano, monito contro forme di potere autoritarie e dispotiche e a favore della libertà individuale. Da notare, a questo proposito, che nell’edizione originale i ‘creativi’ sono gli ‘utenti’ (user), il che richiama, appunto, il tema della rete come luogo aperto, libero, democratico; questo aggancio logico, però, è apparso inspiegabilmente poco importante ai doppiatori italiani.
Il destino di Tronè stato quello di passare alla storia come uno dei primi film che utilizzava la computer graphic; succederà lo stesso anche a Legacy, considerando che, per esempio, la metamorfosi digitale di Jeff Bridges ringiovanito è davvero impressionante? Destinati entrambi ad essere ricordati per gli effetti speciali. Eppure Tronpoteva anche contare su alcune coordinate interessanti: i famigerati ‘80 furono al cinema gli anni delle ‘macchine senzienti’, Terminator, Robocop, Electric Dreams, Corto circuito… e, come fa notare Giona Nazzaro (Film Tv n. 52) “pochi si accorsero che Tron viaggiava sulle coordinate videodromiche di Cronenberg”..Certo, verissimo, ma al cinema, come ovunque, la classe non è acqua e non bastano buone intenzioni e premesse tematiche interessanti per fare buoni film!
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