Recensioni

Tra i tanti problemi che affliggono F1 – Il film, ce n’è uno in particolare che farebbe mettere le mani ai capelli a chiunque abbia seguito un minimo la massima categoria motoristica, quella che è impressa nella memoria di milioni di appassionati grazie alle mirabolanti gesta di Fangio, Fittipaldi, Stewart, Lauda, Senna, Prost, Schumacher e Hamilton (che della pellicola è anche produttore esecutivo): l’assoluta mancanza di epica. Al contrario del precedente Top Gun: Maverick, che saccheggiava l’estetica del film originale di Tony Scott per ricodificarlo con un’attualità scottante (oggi più che mai, pensiamo alla recente e folle corsa agli armamenti di Stati Uniti ed Europa contro un nemico che non ha volto), con F1 Joseph Kosinski si rifà sempre al compianto regista americano, che con Giorni di tuono aveva scolpito un’altra scanzonata esperienza cinematografica a cavallo tra 80s e 90s, ma dimentica che il mondo della Formula Uno non è affatto come quello della Nascar.
Il Sonny Hayes di un Brad Pitt crepuscolare e mai così tanto “johnwayniano” (introdotto in un magnifico prologo ambientato durante la 24 Ore di Daytona) fa continuamente a sportellate con gli avversari, architetta inganni e scappatoie, si prende gioco della stessa direzione di gara (con il brand F1 che sponsorizza e produce pure, come se avallasse questa visione burlona e antisportiva delle corse), per far guadagnare posizioni al compagno di squadra. Chiaramente, la pellicola non è pensata per il pubblico di appassionati di questo sport, quanto più per gli spettatori che hanno divorato la sua versione “romanzata” su Netflix, quel Drive to Survive che ha catturato milioni di seguaci per il mondo e riavvicinato i giovani alla categoria, che da anni naviga a vista alla ricerca di uno splendore che forse non ritornerà mai più.

Agli americani, a Sonny Hayes e al giovane pupillo Joshua Pearce piacciono le sportellate, il dramma che si consuma in pista e la rivalità tra compagni di squadra, che, si sa, è sempre la prima a innescarsi, prima ancora che i risultati in pista stabiliscano le vere rivalità in gioco. Kosinski, invece, si accontenta di accennare senza approfondire (lo scontro generazionale tra i due piloti agli antipodi è appena abbozzato), di tenere unite insieme le frenetiche sequenze sulla pista piuttosto (alcune di grande impatto, altre meno) che scavare nella psiche dei suoi personaggi, di confezionare alla meglio quello che in tutto e per tutto rispetta gli stilemi del blockbuster estivo (ovviamente quello targato Jerry Bruckheimer) senza compiere un vero e proprio processo d’aggiornamento stilistico-narrativo (cosa che invece gli era riuscita in Maverick).
Paradossalmente (ma neanche tanto, visto che è lo stesso ragionamento alla base di Drive to Survive), chi ne esce benissimo è proprio il mondo della Formula 1, con le comparsate dei piloti ufficiali, team principal, sponsor, circuiti, gare spettacolari, diti medi lanciati da Max Verstappen (e come dargli torto!). Anche qui, però, in fase di scrittura F1 – Il film fa tantissima confusione: fatta eccezione che per la situazione tragicomica in cui è piombato il team protagonista, la APXGP, non sappiamo quasi nulla delle dinamiche del campionato: chi sta lottando? chi sta vincendo? qual è la situazione a livello di punteggio? A questo punto, ogni tentativo di costruire un’epica della narrazione, che affondi nella leggenda di questo sport va a farsi benedire e no, non basta qualche filmato artefatto e ambientato negli anni ’90 per suggerire che il talento dell’attempato protagonista era in grado di rivaleggiare con Ayrton Senna.

Perché non bisogna dimenticare, e la sceneggiatura di Ehren Kruger (che ha dalla sua “perle” come Dumbo, film della saga Transformers e quell’obbrobrio di Ghost in the Shell) ce lo ricorda in ogni modo possibile, che Sonny Hayes è uno tosto, tostissimo, talmente tanto che non ha problemi a calarsi in una vettura 30 anni dopo l’ultima volta, che improvvisa una liaison con il capo tecnico della sua scuderia, che lascia i festeggiamenti nel loro momento più alto per rimettersi in moto con il suo inseparabile van scassato. In un mondo dove persino Hans Zimmer si è dimenticato di aver musicato Giorni di tuono e che non si fa problemi a scimmiottare i Trent Reznor & Atticus Ross di Challengers, rimane il rimpianto per una produzione (perché non potrebbe essere definita in nessun altro modo) che era partita con le migliori premesse e che invece si è schiantata già alla prima curva dopo la partenza.
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