Recensioni

5.5

Oggettivamente versi come “café solo, café solo/la guitarra flamenca rubia/cafelate/la guitarra flamenca negra” (dall’opener La guitarra flamenca negra) lasciano poco spazio a interpretazioni sulla totale assenza di profondità, nei testi così come nell’impegno, di questo nuovo disco per Jonathan Richman. Non c’è nulla di male a prendere la vita con leggerezza, anche con un certo scazzo (come hanno insegnato i Pavement, non è per forza una scelta artisticamente negativa), ma l’infatuazione da cui sembra essersi disintossicata Josephine Foster, sembra invece aver colpito da un po’ di tempo Richman, che per questo disco ha fatto ricorso alle sue esperienze flamenche in terra di Spagna.

Tanta ironia, più cercata che trovata (vedi alla voce No one was like Vermeer), e un giro latino tra Andalucia, jaleo e Gipsy Kings. Nessuno dubita del talento che si nasconde sotto quello sguardo fintamente distaccato, ma c’è da domandarsi se questo “regalo per i fan spagnoli” sia più una punizione che un atto d’affetto vero.

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