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«Prendo il microfono a metà campo, tu chi sei? Clown/ Dov’è la tua corona, re del playground?». Correva l’anno 2014 e già all’interno di We love this game, chicca prodotta da Dj Shocca condivisa con Ghemon, Kiave e Johnny Marsiglia, si percepiva quanto nelle metriche di quest’ultimo scorressero delle raffinatissime similitudini tra il basket e la quotidianità. Era un’altra epoca, musicalmente parlando. C’era una scena rap italiana in fase di fermento, con ancora le etichette – in questo caso l’Unlimited Struggle – a tenere banco prima che la rivoluzione della trap si scaraventasse davanti ai nostri occhi lasciando poco e niente del passato; ma soprattutto c’era proprio lui, JM, fresco di uno dei piccoli grandi capolavori degli anni dieci, Fantastica illusione, partorito con il socio di sempre Big Joe in una Palermo bella, fottuta e accecata dalla bruttezza.
A quasi dieci anni di distanza è cambiato tutto. Palermo, nel suo essere fottutissima, è rinata in qualche modo dalla sue stesse ceneri, Johnny invece è cresciuto ancora, muovendosi in assoluta controtendenza rispetto ai dettami dell’industria musicale di oggi. Dopo Memory, altra perla pubblicata nel 2018, il nostro si è infatti chiuso in un lunghissimo silenzio, amplificato dall’urlo nero di una pandemia che ha cambiato, probabilmente per sempre, i connotati alla nostra esistenza. Dallo sgomento, dall’accavallarsi di vicende professionali e private, dal grande senso di frustrazione e di dolore accumulato è nato quindi Gara 7, l’album della vita, anzi l’album per la vita, di Johnny Marsiglia.
Sì perché è proprio nei momenti più complessi che le nostre passioni salgono a galla per salvarci. Ecco allora che la palla a spicchi si è rivelata per il rapper siciliano l’elemento essenziale per sbrogliare la matassa, la sua matassa. Gara-7 è la partita decisiva per decidere una serie. Un momento di iniziale stasi che può confluire nel trionfo totale o nella disfatta, ma che a prescindere dall’esito smuove le acque facendoti uscire dagli spogliatoi, mettendoti a confronto con gli altri ma soprattutto con te stesso.
Gara-7 è proprio questo: una partita di cinquantuno minuti e quarantaquattro secondi dove Marsiglia gioca in un campo tutto suo sfidando ansie e tormenti personali, passioni, insoddisfazioni e spasmi amorosi tra tiri da tre che colpiscono il ferro, tagliafuori verso la sopravvivenza, falli tecnici e punti segnati come sparuti attimi di eccitazione. Una sfida in solitaria supportata comunque da un team d’alto profilo, dove figurano in qualità di producer Yazee e Swan c, accompagnati da interventi di Goedi, 2nd Roof, Estremo, Strage e Crash X, tutti artefici di tappeti musicali chiusi e serrati, senza particolari aperture ma in grado di giocare di stratificazioni sonore malinconiche ben definite; uno scenario perfetto per le liriche del rapper, capace di stupire tra tecnicismi e capriole liriche complesse non apparendo mai cervellotico, a favore di una buona scorrevolezza e soprattutto di un’autenticità stilistica senza eguali nel movimento italiano.
Non mancano poi gli ospiti a sorpresa: tra tutti quello dei Post Nebbia, presenti in A8, uno dei passaggi più introspettivi ed evocativi del lotto («Io chе mi sentivo sconfitto l’anno in cui l’Italia ha vinto tutto» è una frase di disarmante potenza) contraddistinto da un crescendo che, paradossalmente, non raggiunge mai il climax sfumando in un inciso completamente straniante ma allo stesso tempo fascinoso. Dentro anche JSN, Mezzosangue, l’amico fidatissimo Davide Shorty, Thoé e NIO, a cui è affidato il ritornello della traccia conclusiva, quella della risoluzione, della presa di coscienza di essere ancora vivo malgrado tutto, nonostante tutto, «né liricamente, né clinicamente morto». Altro Campionato.
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