Recensioni

Ascolto i Johnny Foreigner e mi rivedo in un negozio di dischi, in un momento imprecisato fra il ’93 e il ’96, a cercare qualcosa che suoni come Pavement o Sonic Youth e, in tutta risposta, farmi rifilare dischi di Superchunk o di qualche noise pop band di Chapel Hill. Gruppi che soddisfacevano superficialmente quel desiderio di incanto e obliquità senza parlare veramente al cuore. L’impressione, almeno inizialmente, è la stessa, ovvero che al netto delle scorribande soniche, delle accordature bizzarre, delle distorsioni calde e delle melodie informali berciate in modo stridulo, ci sia poco da addentare.
Un ascolto più attento conforta sulla qualità del lavoro. Anche perché i JF non sono dei novellini. Al loro quarto album hanno lasciato da parte le ingenuità del passato, optando per un songwriting affilato e coinciso (il counter si ferma sui 34 minuti). Sanno far tesoro di un affiatamento conquistato sul campo, che si rivela nei brillanti stop&go di Le Schwing, e in generale in quella nonchalance nel dissimulare le proprie capacità tecniche. A garantire una maggior rifinitura e un impatto più ottundente si è aggiunto il nuovo membro, Lewes Herriot, il cui chitarrismo deragliante marchia a fuoco brani come Shipping e The Last Queen Of Scotland.
Attenzione poi: i quattro sono inglesi. Il che significa che sotto la scorza di feedback nascondono un’anima twee. In particolare, ricordano i primi Delgados (soprattutto nelle dinamiche fra voce maschile e femminile) o piccoli oggetti di culto come i Bearsuit (per le ritmiche febbricitanti e le esplosioni emotive). In pratica, i Nostri hanno un’effervescenza e una malizia pop che rendono You Can Do Better rinfrescante come una bibita ghiacciata. Da consumarsi tutto d’un fiato, senza preoccuparsi troppo della data di scadenza.
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