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Quel 13 gennaio del 1968, Johnny Cash si apprestava a chiudere un cerchio. Un cerchio che lo attendeva da sempre. Per il quale sembrava essere nato, trentasei anni prima, nell’arido Arkansas. Figlio di contadini, famiglia numerosa, lavoro duro. La tragedia dietro ogni angolo (gli muore un fratello quattordicenne ferito da una sega elettrica). Poi l’esercito, tre anni in Germania. Una chitarra per portarsi dietro l’America, per inventarsi menestrello, tra country e gospel, tra terra e cielo.

Ritornò a casa che la musica era ormai la sua strada, una strada che lo porterà a Memphis, dove tenne un’audizione per la Sun records. Era il 1954. Elvis Presley stava inventando uno strano ordigno che sarà il rock’n’roll. Cash, già alle prese con i suoi tormenti, voleva cantare il gospel, ma l’occhiuto Sam Pillips – patron della Sun – volle farne un country men. Lo convinse. Lo ingaggiò. Ottenne un successo straordinario. Dischi a palate. La fama. Ma Johnny doveva fare i conti col veleno nell’anima. Col suo lato nero. Arrivarono i concept album, la causa pellerossa, il conflitto tra legge e pietà, un intreccio carnefice di tragedia e giustizia. L’America lo capì, l’America approvò: che incredibile Paese. Poi Cash smarrì il filo e il controllo, si perse in un cerchio di droghe e frenesia, anche per sostenere gli oltre duecento concerti all’anno. Lo beccarono. Lo arrestarono.

Seguì il collasso. June Carter, cantante della Carter Family, lo raccolse. Salvò l’uomo e il musicista, derelitti entrambi. Ripulì l’uomo e la musica. Lo amò, riamata. Riamata per sempre. Licenziarono un album assieme, nulla di che, ma fu la rinascita. Poi arrivò il 1968. Tutto intorno era fermento. Il folk e il rock cospiravano copule acide, la tradizione si travestì nell’esplosione di una nuova era. Johnny Cash stava per chiudere il cerchio. L’indirizzo lo trovò scritto in una delle sue canzoni più celebri: Folsom Prison Blues.

Duemila detenuti assisterono a quel concerto. Uno di essi, Glen Sherley, incaricò il prete del carcere di far ascoltare a Cash il nastro di una sua canzone. Era la toccante Greystone Chapel, con cui Johhny chiuderà l’esibizione. Era fatto così, Cash. Un gran rispetto per tutto ciò che sapeva di reale, di vita malgrado il miserabile intruglio del vivere. Capì che Greystone Chapel era un frammento asciutto e commovente di quella vita reclusa, e ne fece cosa propria. Con la stessa forza che rende i diciannove pezzi della scaletta una raffica sola, proiettili sparati con ridanciano cinismo, asciutti, in qualche modo assolti. Con l’inscalfibile autorità di chi ha guardato la tragedia negli occhi. Di chi vive l’errore – il peccato! – come un conflitto inevitabile, respiro tra i respiri, ombra dietro l’ombra. In ogni canzone una storia prende vita, nuda e cruda. Senza fare sconti alla miseria, alla meschinità. Alla pietà. Senza attenuanti. Tutta la pietà ammissibile è già spesa col semplice narrare quelle storie di assassini e assassinii, di furia covata ed esplosa, di patiboli che attendono, di amori che s’infrangono nei rantoli della morte, di tossica consuetudine e sconfitta leggendaria. Ogni canzone strappa un brandello d’abito alla tradizione, ne svela le cicatrici, il ventre molle, malato.

Scherza, Cash, tra un pezzo e l’altro, spezzando il canto con una risata. E’ stranamente rilassato. Gioca col fuoco. Sa di poterlo fare. La sua è la forza di chi ti cammina al fianco e lo farà sempre, qualsiasi macchia ti porti dentro. Tre lustri più tardi, un solitario Bruce Springsteen farà Nebraska con questo stesso spirito: disco stupendo, crudo, lancinante, ma tutto sommato fiction. Cash, invece, se la giocava in prima persona. Puoi avvertirlo nella flagranza, nell’imperfezione, nell’urgenza di At Folsom Prison (un plauso doveroso alla band: i fratelli Carl e Luther Perkins alle chitarre, Marshall Grant al basso, W.S. Holland alla batteria, la Carter Family – June compresa, che duetta con Johnny in Jackson – e gli Statler Brothers ai cori).

In quel giorno e in quel luogo il country-folk – l’impeto rock covato nel cuore – guardò dritto negli occhi l’America. Ricordandole certe cose che avrebbe preferito dimenticare. Fu un brivido per entrambi. Puoi sentirlo ancora.

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