Recensioni

Molti lo ricorderanno come il Roy Orbison del biopic su Johnny Cash, Walk the Line, ma Johnathan Rice ha un passato e un presente di tutto rispetto. Ad esempio, è la metà maschile del duo Jenny & Johnny, in compagnia della partner Jenny Lewis, che, a dire il vero, sovrastava con le sue doti folk il talento del giovane d’origini scozzesi. Dal 2005 di Trouble Is Real, dunque, e, in particolar modo, da Futher North del 2007, Johnathan Rice, ha tentato modi possibili di imporre il suo songwriting elegante e jingle-oriented. L’uscita dall’ombra, però, avviene in particolare con questo Good Graces, dal momento che il disco arriva dopo sei anni di collaborazioni con la Lewis e dopo il successo di Acid Tongue. Dopotutto, il cantautore non fa fatica ad ammettere la sua dipendenza dal cantato femminile e dal gusto retrò di questo sound folk ammaestrato ed intermittente, un suono che in Good Graces resta sui binari del citazionismo, palesando il carattere intrinseco della forma-canzone pop.
Il terreno battuto è quello dei Fifties, come si evince dalla copertina in stile James Dean giocata su un immaginario in celluloide. E i trenta minuti del disco non sono da meno. Si va dai giochetti traditional e twee pop di Acapulco Gold – che è un buon compromesso fra l’enormità della scrittura di Dylan e gli aggiornamenti folk della West Coast degli Avi Buffalo – alle interferenze Beatlesiane e più riflessive di My Heart Belongs To You. Il clima, s’è già capito, è quello vintage dei balli di fine anno di qualche college di provincia e si respira qua e là una voglia maliziosa e piccante di erotismo misto ad improvvise crisi esistenziali. Sentimenti adolescenziali collegati a una mirata riflessione su passioni e miracoli di questo periodo della vita. Non può mancare un tocco del compianto Lou Reed (palese fin dal titolo in Lou Rider), con la voce baritonale e principalmente parlata, i coretti femminili alla Nico e la chitarra spezzata sugli accordi aperti.
Messe da parte le atmosfere revivalistiche un po’ stantie, le cose più interessanti si fanno sentire quando emergono le radici scozzesi. Se già si avverte in Acapulco Gold un brivido Belle & Sebastian, è Good Graces il brano più riuscito del disco. A metà strada fra la band di Murdoch e i Camera Obscura, è un intermezzo pop divertente, al massimo dell’orecchiabilità, con i controcanti femminili e i passaggi in minore che regalano al brano un’oscurità ben nascosta. Nowhere At The Speed Of Light , infine, tiene altrettanto alta la concentrazione, focalizzandosi sulle interferenze di The Suburbs degli Arcade Fire e soprattutto su atmosfere alla National.
Rice ha tutti gli strumenti per crearsi un posto d’onore nel palchetto dei grandi del genere, ma fa ancora fatica a forzare la serratura. Colpa, forse, delle energie spese nel progetto con la Lewis e in mille altre direzioni, spesso non solo musicali. O forse semplicemente c’è da guardare con sospetto l’obiettivo di affiancarsi ai numi tutelari (Neil Young, Gram Parsons, Colin Blunstone), quando invece sarebbe più prolifico e stimolante imporre il proprio stile, che, fino ad ora compare solo sporadicamente.
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