Recensioni

7.7

Sembrava essersi fermata al terzo capitolo, la nuovaesplorazione del metal estremo da parte di John Zorn, musicista già avvezzo acontaminazioni del genere sin dai tempi dei Naked City. E invece, senza perderetroppo tempo, il saxofonista americano smentisce l’idea della trilogia,inaugurata da Moonchild e ricompone il trio Mike Patton – Trevor Dunn – JoeyBaron, stavolta rafforzato da una new entry, Marc Ribot. La presenza di quest’ultimoe del suo stile chitarristico blueseggiante, seppure limitata ad un solo brano(9×9, “a Led Zeppelin influenced track”, come l’ha definita lo stesso Zorn),può dare l’idea del cambio di rotta che The Crucible rappresenta in rapporto aisuo predecessori.

Il sound metal perde il valore assoluto che possedevain Moonchild, senza tuttavia sparire come elemento identificativo del combo,mentre acquistano spazio e visibilità elementi jazzistici e modalismi alla Masada, incantevoli fraseggi diatonici del sax che si insediano tra un urlo diPatton e un’ esplosione rumorista. Metal ma non solo, dunque. A partire dai duebrani iniziali, probabilmente i più legati al passato della band: Almadel e Spaceshifting alternano riff metallici a violente sezioni free,nelle quali Patton esprime le qualità più acute della sua voce. Diverso ildiscorso per il resto dell’album, che vira in più direzioni, verso le atmosferedark doom di Maleficia (con Pattonche recita con voce sussurrata e stregonesca, su un substrato ritmico quasitribale) e Incubi (con il Zorn piùjazzistico), o in direzione di territori più vicini all’idea musicaleestremista di Naked City e Massacre (Hobgoblin).

Il basso compresso di Dunn e la batteria-schiacciasassi di Baron restanosempre un punto di riferimento, sia nei momenti più “pesanti”, sia quando lapulsazione aumenta notevolmente, sfiorando il jazz-core di band come Zu, salvosviare completamente e in maniera del tutto inattesa in episodi dicaos-ordinato tipicamente zorniani. Un altro, l’ennesimo, lavoro imperdibileper chi segue appassionatamente il saxofonista statunitense (ma come si fa a non perdere nulla di un musicista che pubblica una ventina di dischi all’anno?)

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