Recensioni

Pallottoliere accanto giusto per tenere il conto, Zorn torna ancora su The Gift (ormai, lo si è capito, uno dei suoi dischi chiave), dopo The Dreamers e dopo, per quanto meno esplicitamente, Alhambra Love Songs. Di The Dreamers questo O’o (uccellino hawaiano dal canto melodioso, estinto a fine anni Ottanta) è il seguito ancora più exotico. La formazione è la stessa, e cioè quella base della Electric Masada (Baron, Baptista, Dunn, Ribot, Saft e Wollesen), ma senza Zorn al sax alto. Immersione in una lounge mossa e disinvolta, con in primo piano il vibrafono di Wollesen, poi le tastiere acquose di Saft e la chitarra di Ribot. E’ lo Zorn più easy listening, e non ci dispiace affatto.
Latin (Miller’s Crake, da saloon, Solitaire, Piopio, Zapata Rail, proggy, Magdalena, psych sambeggiante; in certi frangenti casinisti siamo a due passi dal Madlib YNQ), fusion alla rugiada (Akialoa), iterazioni minimaliste (passione di sempre e ossatura di Alhambra, Po’o’uli), rock blues psichedelico (con echi trip-hop, Little Bittern, uno dei pezzi più interessanti in questo contesto zorniano), jazz smooth (Mysterious Starling), exotica (Laughing Owl, Kakawahie, sofficemente messicaneggiante), colonne sonore (desertica, sinistra, Archeopteryx).
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