Recensioni

Zorn torna al collage via game card e dirige un ensemble di sole donne (con Laurie Anderson ad introdurre il tutto) per un omaggio all’eterno femmineo, incarnato da figure come Meredith Monk, Frida Kahlo, Gertrude Stein, Yoko Ono.
I momenti strettamente musicali sono spesso molto belli, focalizzati sulla recente riscoperta zorniana del minimalismo (molti suoi dischi 2009), con passaggi solari e romantici – guardando a Sakamoto – e altri più solenni (l’inizio della terza traccia). E’ però proprio il giochetto dell’alternanza rumore-melodia a sembrare stanco: stanchi i siparietti "di disturbo", ricalcati sopra quel Zorn che ama incasinare il camerismo con inserti concreti, quasi a rifare il collage sessantottino zappiano di Lumpy Gravy (la cosa appare in tutta la sua sconcertante evidenza nell’incipit della seconda traccia, tra archi schonberghiani, rumori metallici e versacci umani).
Forse progetti del genere verrebbero meglio testimoniati da un dvd, dando il giusto peso al lato scenico-performativo.
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