Recensioni

John Zorn e le sue maratone discografiche ci hanno sfiancato e, pur avendo preso decisamente di petto il personaggio, non siamo riusciti a coprirlo come avremmo voluto tra 2010 e 2011. Sparsamente, tra le altre cose, le cose migliori: con Ipsissimus continuava un po' troppo routinariamente la fusion hard-jazz-prog-core del Moonchild Trio (6.1/10); The Goddess era una serie di ottime composizioni minimal romantic (6.8); con Dictée si tornava con buoni risultati al collagismo delle file cards (6.8), ancora meglio declinato nel riuscitissimo omaggio a Burroughs di Interzone (quasi una OST per il Naked Lunch di Cronenberg; 7.0); Nova Express, sempre in odore Burroughs, era un gustoso jazz cameristico venato di atonalismo, a tratti fantasticamente morboso (7.1); in Haborym ritrovavamo la formazione-gioiello del progetto Masada, lo String Trio, con le sue delizie ethno (7.0).
E adesso? Adesso arriva la rivelazione shock (sarcasm detector): per quanto ebreo, Zorn fin da bambino ha sempre festeggiato e amato il Natale. E vabbé. Ecco allora addirittura l'album di traditional riarrangiati dalla formazione romantica per eccellenza della cerchia zorniana, i Dreamers (Baptista, Baron, Dunn, Ribot, Saft e Wollesen), con ospite un Mike Patton in versione crooner sexy (The Christmas Song). Non ci interessa il fatto che il progetto a Zorn sia proprio venuto in testa (un saluto a Dionisio Capuano) o che lo abbia pubblicato (colpa della prolifica vena melodica, romantica e – in ultima analisi – nostalgica post-The Gift; colpa della possibilità di avere sempre sotto mano i migliori performer jazz sulla piazza, capaci di nobilitare col loro tocco qualsiasi materiale): l'idea può anche essere ridicola e il risultato al contrario farla esplodere. Ma il risultato qui è semplice – per quanto elegante – lounge natalizia, soffice tappezzeria jazz (Jamie Saft in primo piano e in grandissimo spolvero): tanto suonata da dio, quanto trasparente.
Non ha senso affrontare JZ se non spaccando il capello in quattro, ma spaccarlo con l'accetta: questo disco dice qualcosa di nuovo su Zorn o sul Natale (…)? Lo dice particolarmente bene? In maniera particolarmente Zorniana (vedere le sole intro e coda eugenechadbourniane di Santa Claus Is Coming To Town, ed è davvero poca roba)? No.
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