Recensioni

Era stato un bel gioco, quello di tirare a indovinare come sarebbe suonato l'album di John Talabot una volta arrivato, mentre lui, dal 2009 ad oggi, tirava fuori a intervalli regolari tracce e indiscrezioni che aprivano via via nuove facce: le mirabili fioriture del primo My Old School EP (due pezzi da urlo come Afrika e Naomi, equilibrio tra deep, afro e folktronica pronto per il loop in cuffia), l'esplosione della mega hit Sunshine da un capo all'altro della blogosfera, il tam tam di remix che si espande (il più bello? Quello caldissimo su Shelter dei The XX), la vicinanza artistica a certo glo-fi festaiolo (è cresciuto coi Delorean) e frange pop gustosamente arty (con Glasser ha anche tirato fuori un singolo freschissimo come Families), tutto lì a costruire l'immagine di un producer che timido timido, partendo dalla propria cameretta stava facendo grandi cose, offrendo uno spaccato stilistico che sorrideva house ma con grande armonia easy-listening e un calore che conquistava all'istante.
Il bello, ora che l'album è arrivato, è vedere come Talabot sia riuscito ad assorbire l'espressione del tempo che evolve, seguendo quanto di meglio è capitato recentemente intorno a sé, vale a dire la seconda ondata adult-glo e la (non)house organica di Nicolas Jaar. I brani migliori son quelli che aprono e chiudono il disco: Depak Ine, sensibilità world come in certe cose di Matias Aguayo, che gronda calore esotico evocando una danceability primordiale, indigena ("earthboogie dance" la chiamavano Prommer & Barck), come mettere in campo i climax dance senza chiamare in causa nulla che appartenga al club, l'arte della sfumatura che chi ha seguito Jaar live riconoscerà facilmente; e poi So Will Be Know, l'apoteosi dell'easy listening applicato ad una house rigorosa eppure versatilissima, con una morbidezza raffinata e aperta al pop che richiama i Voices Of Black. Sfida pop che in realtà è più materia per Destiny, il brano con la più netta attitudine live, spigliato nel suo maneggiar materia glo con un piglio naturalistico che è quasi Nathan Fake.
Tutt'intorno si alternano visioni glo a intensità variabile (Oro Y Sangre è Washed Out formato album, Estiu allegria lato Neon Indian, in fondo questo è il lato più canonico e facile dell'album), innamoramenti folktronici da tramonto in spiaggia (Last Land, Caribou è davvero vicino) e andamenti hauntologici da manuale come H.O.R.S.E., che rimastica i fantasmi degli '80, filtrati dall'innocenza infantile di Talabot, e li disegna su una tela color seppia come fosse scrittura automatica. Il ragazzo è ispirato e sa essere tutt'altro che banale, trasuda movimento dance stando ben lontano dall'agire house di cui è pur capace. Il vedo-non vedo che non sai (e non vuoi) definire, il sasso lanciato per primo da Jaar in uno stagno di protesta contro l'alta definizione. Dello stile, del suono, dell'attitudine, è la stessa cosa. Un gioco di prestigio di cui si ha un gran bisogno, per evitare di illudersi di aver già visto tutto.
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