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John Lennon McCullagh ha quindici anni (sì, avete letto bene), viene da Doncaster (cittadina del South Yorkshire) e, a dispetto del nome, non ama i Beatles, bensì Bob Dylan. Un amore sbocciato a 12 anni, dopo aver seguito, insieme al padre, il musicista di Duluth nelle nove date di un tour in Australia, il paese dove è cresciuto.
Fin qui nulla di strano, se non fosse che il ragazzo è la nuova scommessa di Alan McGee, meglio conosciuto per aver scoperto e lanciato gli Oasis, nonché manager di alcuni nomi di punta dell’underground britannico, come The Jesus and Mary Chain, Primal Scream, My Bloody Valentine, The Libertines. Non stupisce affatto, dunque, che una vecchia volpe come lui abbia deciso d’investire sul ragazzo presentandolo come la nuova rivelazione del folk inglese e diffondendo, a tale scopo, tutta una serie di aneddoti e stereotipi per ribadirne lo status di next big thing. A tal proposito, basti pensare al primo incontro tra l’artista e il suo mecenate, avvenuto in un fumoso pub di Rotherham, in cui John stava appunto esibendosi in un tributo a Dylan.
Ascoltando il debut North South Divide – scritto e registrato subito dopo l’incontro con McGee – tuttavia, non si può fare a meno di pensare che il giovane sia soltanto l’ennesima piccola meteora da dare in pasto agli affamati di emuli e imitatori, capace di colmare una nicchia – quella del songwriting – ancora vuota all’interno delle classifiche UK. A dispetto delle influenze dichiarate – oltre a Dylan, troviamo i già citati Beatles, Oasis, Paul Heaton, Frank Sinatra, addirittura Donovan -, tutti i brani sono costruiti sull’acerba vocalità di John e sulla sua chitarra acustica, arricchita qua e là dalla presenza degli archi (Long Long Way, The Ballad Of The Blue Poet) e dall’indispensabile fisarmonica (55 Blues, la title track). Una serie di canzoni in cui manca soprattutto una vera originalità nelle melodie, così come nel registro vocale, quest’ultimo pressoché invariato in tutti i dodici pezzi dell’album. Il disco riesce ad evitare la monotonia solo quando abbandona leggermente il paradigma dylaniano, ad esempio nelle declinazioni old blues di Short Sharp Shock o nelle atmosfere country della conclusiva The Strand.
Anche se la cover dell’album ci propone McCullagh come un musicista navigato, con gli immancabili occhiali scuri e le mani in tasca, a fine ascolto, viene da chiedersi cosa avrà in serbo il futuro per lui. Il rischio è quello di un ibrido poco convincente tra The Tallest Man On Earth e Jake Bugg, visto che la personalità – oltre che le canzoni – sono ancora troppo poco formate per poter parlare della classica nuova promessa.
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