Recensioni
Il meta-festival Crossroads – circuito dedicato a jazz e affini che prevede vari appuntamenti live in giro per l’Emilia Romagna e per tutta la durata dell’anno – sbarca al Teatro Comunale di Cervia con il concerto dell’istrionico John De Leo. Cosa si può dire dell’ex Quintorigo che non sia già stato detto in altre sedi? Dischi come Vago Svanendo (2008) e l’ultimo – ancora più coraggioso – Il grande Abarasse (2014) testimoniano già da soli una carriera solista votata alla sperimentazione e alla “scoperta” di nuovi linguaggi, oltre a definire uno dei percorsi artistici più avvincenti e peculiari degli ultimi anni.
Vedere De Leo dal vivo con l’orchestra deputata a portare in giro l’ultimo disco – fiati (due), archi (tre), pianoforte a coda, theremin, chitarra, macchine elettroniche – è un’esperienza che trascende il semplice concerto, finendo per diventare un’immersione in un universo parallelo. Un po’ come succede con Capossela e i suoi mondi narrativi patafisici, solo che qui il protagonista è un Duke Ellington atomizzato e artisticamente schizofrenico, in bilico tra contemporanea e classica, avanguardia e jazz, beatbox e saliscendi vocali funambolici. La chitarra del fondamentale Fabrizio Tarroni fa da scheletro armonico alle scivolose svisate di De Leo – sempre più padrone di una voce che diventa a piacimento rumore, cantato, scenografia, strumento musicale a sé stante – e l’orchestra segue a ruota, in un coordinamento motorio (perché di questo si tratta, non solo di semplice accompagnamento) che veicola l’ironia (e il virtuosismo) alla base della formula musicale e prende in considerazione soprattutto brani provenienti dall’ultimo album.
L’elemento “sorpresa” è costantemente dietro l’angolo, in un flusso sonoro volutamente instabile e che ammicca all’improvvisazione jazz. Lo si capisce dall’estrema attenzione con cui gli orchestrali seguono De Leo e le sue progressioni, nonché dal ritardo con cui un pubblico spesso non troppo sicuro di essere giunto davvero al termine dei brani, applaude l’artista. Pubblico, neanche a dirlo, trasversale e demograficamente assai vario, segno ineluttabile di come il musicista romagnolo lavori indirettamente su più livelli: chi ne apprezza il lato squisitamente tecnico, chi le rimembranze jazz/classiche, chi le mire avanguardiste, chi le velleità melodiche comunque intriganti.
Al concerto di Cervia ha partecipato anche lo scrittore Stefano Benni (meno surreale di quanto ci saremmo aspettati), il cui contributo si può riassumere in tre reading distribuiti durante il live (i primi due estratti da La linea d’ombra di Joseph Conrad e L’aleph di Jorge Luis Borges). Quello conclusivo ci è parso il più efficacie, con un Benni che a fine concerto si è spinto a vaticinare una collaborazione teatrale futura con De Leo. Solo il pensiero, incornicia sviluppi artistici dalle potenzialità incalcolabili. Restiamo in ascolto.
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