Recensioni
Ci sono artisti (pochi, per la verità) di cui è sempre doveroso parlare e John De Leo è uno di questi. Nonostante la lunga attesa per il nuovo album – sono infatti passati cinque anni dall’esordio solista Vago Svanendo -, l’ex Quintorigo continua ad essere una figura atipica e affascinante, nonché (almeno per chi scrive) uno dei migliori cantanti italiani di sempre. L’ex front-man dei Quintorigo è una bestia rara, uno di quei performer di cui non puoi non riconoscere l’eccezionalità: il concerto al Karemaski di Arezzo si rivela un’occasione da non perdere per riascoltare un talento che riesce sempre a reinventarsi e a suonare imprevedibile.
Lo show che De Leo propone è un perfetto esempio di quel mix di innovazione, eclettismo e raffinatezza che da sempre lo contraddistingue, grazie anche al supporto di una band in grado di sostenere e accompagnare al meglio la vocalità multiforme del cantante. Proprio la voce, infatti, è l’arco di volta che sorregge l’architettura delle canzoni e la loro resa live, per quanto, c’è da dire, in pochissimi casi la forma rimanga legata alla tradizione: la scommessa è proprio quella di riproporre brani conosciuti e già ascoltati dal pubblico attraverso una rilettura sempre nuova, che spazi dalle variazioni del jazz più colto alle stratificazioni sonore e vocali del prog, senza rinunciare a quella fruibilità di matrice pop-cantautorale che, nonostante una certa riconoscibilità, prende le distanze da qualsiasi modello italiano.
E così, tra riletture personalissime di grandi standard soul-jazz (la bernsteiniana Big Stuff già in Vago Svanendo, oltre a Stormy Weather, altro classico interpretato, tra gli altri, dalla sempre presente Billie Holiday), tributi al cantautore per antonomasia (una Amore che vieni, amore che vai di De André), e tuffi nel passato (l’immensa Precipitango), John De Leo costruisce un live in cui la voce, facendosi strumento, diventa protagonista. Protagonista, si potrebbe aggiungere, a priori, visto che, anche negli episodi più tradizionali, rimane comunque in primo piano, grazie alla costante voglia di osare e di affidarsi a percorsi inconsueti.
Dopo oltre novanta minuti di musica, rimane la voglia di ascoltare un nuovo lavoro, ma, intanto, applausi.
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