Recensioni

7.3

Dopo 001, doppio cd e cofanetto di 4 vinili che non abbiamo recensito ma di cui abbiamo parlato in occasione della recensione dell’antologia Assembly, la ristampa dell’attività musicale post-Clash di Joe Strummer prosegue con questo 002, dedicato all’attività del Nostro con i Mescaleros. È una cosa un po’ strana, visto che si tratta dell’ultimo periodo della sua carriera (il terzo album uscì postumo): ci saremmo aspettati intanto la ristampa del non foltissimo resto (l’album Earthquake Weather e le colonne sonore di Walker, 1987, e di Permanent Record, 1988, al limite quella per lo più inedita di Black Hawk Down, più quelle partecipazioni sparse non raccolte in 001), ma i curatori (la vedova del cantante Lucinda Tait e il produttore David Zonshine) devono aver ritenuto più attraente questa fase.

Altra stranezza è che il primo volume era una via di mezzo tra l’antologia dei vari periodi, la raccolta di rarità varie e la pubblicazione di brani inediti, mentre questo cofanetto è dedicato all’integrale di un periodo – il box infatti include i tre album della band più un quarto volume, Vibes Compass, dedicato a demo, versioni alternative e alcuni inediti. Ma anche qui c’è una stranezza: questi “Mescaleros Years” erano stati già raccolti, in formato solo digitale, sotto il titolo The Hellcate Years dall’omonima etichetta che li aveva pubblicati, anche in quel caso con un quarto volume. Dove però lì si raccoglievano le b-sides del periodo, ovvero l’inedito Time and Tide più brani già noti (anche dei Clash) in versione dal vivo, seguite dal Live at Acton Hall che aveva visto Strummer e band raggiunti sul palco da Mick Jones per i tre brani finali (poi stampato per il RSD), nel quarto disco di questo box invece si tiene l’inedito ma spariscono sia i live dai singoli che il concerto, rimpiazzati da demo e da qualche inedito dei tanti il cui ritrovamento è stato annunciato dai curatori del catalogo.

Perplessità sull’edizione a parte, è l’occasione per tornare su un periodo che, sebbene non abbia visto tornare il cantante ai livelli della sua band storica (cosa impossibile più o meno per chiunque), ci aveva restituito un autore dalla musa vivace, che aveva trovato un modo di rielaborare i vari elementi musicali raccolti negli anni fondendoli in una forma meno furiosa e più matura (anche se non pacificata) rispetto sia ai suoi anni punk che ai geniali allievi Mano Negra: quell’occasionale modo di cantare con l’aria di lasciarsi andare sembrava più saggezza che non fatalismo o rassegnazione, e l’ultimo Streetcore segnalava che il cantante, dopo anni difficili anche per questioni contrattuali, stava riprendendo fiducia e forza: tutti e tre gli album sapevano passare dalla grinta (Tony Adams, Techno D-Day e Forbidden City da Rock Art & The X-Ray Style, 1999; Cool’n’Out, Global A Go-Go e Bhindi Bhagee da Global a Go-Go, 2002) al reggae (Shaktar Donetsk e altrove), a un folk morbido e dilatato (tra le varie, l’evocativa Willesden To Cricklewood e la navigazione vasta e serena degli incredibili 17 minuti di Minstrel Boy) talvolta venato di elettronica (The Road To Rock’n’Roll, o mescolato al reggae come la filastrocca di Yalla Yalla), ma nel terzo, postumo album i giri salivano più spesso, anche se il successo della cover di Redemption Song ha un po’ oscurato questo fatto.

Il disco bonus presenta, come dicevamo, un po’ di demo (sulla cui utilità, in generale, siamo perplessi) e degli inediti: soprattutto la suggestiva cover di Ocean of Dreams, che naviga ampia con certe malinconie di tastiera a richiamare vecchie memorie in compagnia dell’ex-Sex Pistols Steve Jones alla chitarra; mentre sono di fatto altri demo sia London Is Burning, che non c’entra niente col classico quasi omonimo dei Clash ma è una prima versione più veloce e aggressiva della Burnin’ Streets che appare sul terzo album ed era già apparsa su 001 (qui semplicemente il suono sembra più chiaro), sia Fantastic, prima versione (senza troppe varianti) di Ramshackle Day Parade, che in entrambe le versioni riassume, col suo crescendo dal folk dolente a un reggae rock accorato anche qui aiutato dall’elettronica, la strada che stava percorrendo Strummer.

In attesa del prossimo, che speriamo completi a dovere il riordino dell’opera solista del cantante (magari portando a termine la raccolta delle collaborazioni e dei brani sparsi), questo cofanetto, pur ribadendo la perplessità per l’esclusione dalla stampa fisica del materiale contenuto nell’edizione digitale su ricordata, ci permette di riapprezzare album che magari, per eccesso di aspettative nei confronti dell’autore, avevamo sottovalutato.

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