Recensioni

Per vedere una prima antologia dell’attività solista di Joe Strummer sono dovuti passare 15 anni dalla sua morte: il motivo della dimenticanza va ricercato probabilmente nel peso dell’eredità dei Clash, che avrebbe oscurato più o meno qualsiasi cosa – e la produzione di Strummer successiva avrebbe dovuto avere ben altra caratura per riuscire a splendere.
Così è solo nel 2018 che la doppia raccolta 001 ha provato a riassumere una carriera che da una parte ha prodotto solo 5 veri album (la latineggiante colonna sonora di Walker per Alex Cox nel 1987, il non riuscitissimo Earthquake Weather due anni dopo e i tre dischi con i Mescaleros distribuiti nei 4 anni precedenti l’improvvisa morte del cantante), dall’altra si è articolata in un gran numero di collaborazioni, ospitate, brani per colonne sonore sparsi un po’ ovunque e che quel disco si premurava di raccogliere in gran parte, accanto ad estratti dei 5 dischi in questione, a qualche prezioso inedito d’archivio e a un paio di testimonianze dei pre-clashiani 101’ers.
Non deve sorprendere perciò che, in un periodo non certo tra i più floridi per la discografia, a tre anni scarsi da quella arrivi una nuova raccolta dedicata alla carriera solista dell’ex-Clash, perché questa nuova Assembly nasce con uno scopo diverso, quello di vetrina e riassunto della sua carriera per sommi capi mentre l’altra, oltre a facilitare la vita agli aficionados, la raccontava attraverso i suoi mille rivoli. Approcci opposti, forse troppo: Assembly infatti risulta molto sbilanciata sul periodo con i Mescaleros, prendendo dal resto soltanto il bel funk di Love Kills dalla colonna sonora di Sid e Nancy (ancora Cox), la suadente Sleepwalk da Earthquake Weather (effettivamente degna di ripescaggio), due brani dal vivo con i Mescaleros ma presi dal repertorio dei Clash (versioni sudate di Rudie Can’t Fail e I Fought The Law) e un demo casalingo di Junco Partner (brano che Strummer si portava dietro fin dai tempi dei 101’ers e che ha continuato a suonare) a rappresentare la continuità.
Già, i Mescaleros: non molto apprezzati i primi due dischi ai tempi dell’uscita, incensato il terzo che uscì postumo, viene il sospetto che appunto la tranquilla miscela di quanto Strummer aveva fatto fino a quel punto, magari un po’ spostata verso il lato folk e reggae, non fosse abbastanza per splendere di luce propria davanti al passato del gruppo maggiore (ma anche davanti a quanto avevano espresso gli anni ’90), e che questo spingesse molti a trovare attraente l’idea di considerare Strummer finito; mentre le lodi del terzo non si spiegano né con la sterzata del gruppo verso un suono più punk-rock né con una eventuale migliore scrittura, ma semmai con la voglia di onorare e ringraziare il cantante appena scomparso con una migliore disposizione d’animo ispirata anche dalla inevitabile commozione nel sentire quella voce che cantava Redemption Song (che casualmente anche nella versione del suo autore originale era uscita postuma). Perché alla fine, come rivela anche questa raccolta, i tre dischi dei Mescaleros sono tutti e tre dischi onesti e piacevoli, con qualche brano bello che, anche se non all’altezza delle pietre miliari scritte tra il ’77 e l’82, vale la pena di recuperare.
Si sarebbe potuto inserire qualcos’altro, sia dai 2 album da solo che dalle varie collaborazioni, ma appunto a ciò aveva provveduto l’altra antologia; mentre per i Mescaleros, forse al posto di Mondo Bongo, un po’ sciocca, si poteva recuperare dallo stesso disco Gamma Ray; ma in generale, come mezzo rapido per cominciare a esplorare la carriera post-Clash di Strummer, questa raccolta va bene.
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