Recensioni

Al debutto in un piccolo teatro Off-Broadway nel 1968, il semi-autobiografico The Boys in the Band scritto da Mart Crowley (e diretto da Robert Moore) acquistò una grande notorietà nel giro di una manciata di repliche, tanto che poi divenne uno dei testi principali del teatro newyorkese di quegli anni; una delle conseguenze più importanti, per rimanere in una prospettiva spettacolare, è stata l’omonima trasposizione cinematografica del 1970 diretta da William Friedkin e con parte del cast originale (in italiano, Festa per il compleanno del caro amico Harold). Nei rispettivi ambienti artistici, le due versioni dell’opera di Crowley condividono lo stesso primato: sono considerate tra i primissimi spettacoli (se non i primi) a parlare esplicitamente di omosessualità, portandone in scena e sullo schermo una rappresentazione priva di stereotipi e pregiudizi (se presenti nella storia, è per motivi esclusivamente drammaturgici).
Simbolo del mondo LGBTQI+ e delle proteste che esplosero nel 1969 con i cruciali moti di Stonewall (davanti all’omonimo bar nel Greenwich Village), The Boys in the Band è stato riportato a Broadway nel 2018 grazie alla produzione dell’onnipresente Ryan Murphy e alla regia di Joe Mantello. Realizzata per il cinquantesimo anniversario del testo, anche questa riedizione ottenne un successo tale da vincere quello stesso anno il Tony Awards per il miglior revival. Era solo questione di tempo prima che Murphy, Re Mida dell’odierna serialità televisiva, decidesse di creare una trasposizione cinematografica (per Netflix, sua nuova piattaforma di fiducia) del suo The Boys in the Band, sempre con la regia di Mantello; a tale idea non può che aver contribuito anche la natura del nuovo cast composto per lo più da star della televisione (e non).

1968. Michael (Jim Parsons) sta per tenere nel suo appartamento di New York una festa di compleanno per l’amico/nemico di vecchia data Harold (Zachary Quinto). All’evento sono stati invitati altri cinque amici che, come loro, sono omosessuali: il silenzioso Donald (Matt Bomer), l’eccentrico Emory (Robin de Jesús), l’intellettuale Bernard (Michael Benjamin Washington) e la coppia in crisi formata da Hank (Tuc Watkins) e Larry (Andrew Rannells). Presto alla festa si aggiunge Cowboy (Charlie Carver), un giovano prostituto “regalo” per Harold, e Alan (Brian Hutchison), un vecchio amico di Michael in crisi con la moglie e omofobo. Sarà quest’ultimo a far traballare i precari equilibri della serata (e dell’amicizia tra i sette) che, dopo una buona dose di alcol e fastidiose verità emerse, si trasformerà in un gioco al massacro verbale.
Da un punto di vista meramente produttivo, questa versione di The Boys in the Band va considerata come un altro tassello fondamentale della battaglia che il prolifico Murphy (ormai uno degli esponenti principali del mondo LGBTQI+) porta avanti dai tempi di Glee (2009) e ha proseguito poi con prodotti come Pose (2018), Hollywood (2019) e il recentissimo Ratched (2020). Inoltre, ancora più importante, il nuovo cast è costituito interamente da attori omosessuali dichiarati e di successo: se nel gruppo originale c’erano diversi orientamenti sessuali (non tutti “di dominio pubblico”), rendendo ancora più coraggioso il coinvolgimento degli attori eterosessuali, oggi invece è possibile avere un cast in tal senso compatto, proprio grazie al successo dell’opera di Crowley e a tutto quello che ne è seguito.

Dovendo onorare struttura e logica del testo di partenza, la regia di Mantello non mostra particolari guizzi creativi e si inserisce in linea con tanti altri film che hanno un’origine teatrale. Ma rispetto a Friedkin, la cui trasposizione rimane un caposaldo del cinema underground anni Settanta, Mantello agisce per piccole aggiunte cinematografiche di carattere contemporaneo, che rendono la visione più dinamica, coinvolgente e accessibile al pubblico di Netflix e dello streaming generalista (l’uso fluido di piano-sequenza, primi piani emotivi, la ricostruzione di un passato solo raccontato…). Così ad emergere in The Boys in the Band è la memorabile interpretazione di tutto il cast, all’interno del quale si trova il senso (e il pregio) di questo “doppio” remake. In particolare sono Parsons e Quinto a catturare completamente l’attenzione, con il primo vero protagonista e il secondo antagonista/special guest, avendo unito alcuni tratti dei loro precedenti ruoli ai lati più oscuri e bizzarri dei personaggi di Michael e Harold (ricalcati sul modello dello stesso Crowley e dell’amico coreografo Howard Jeffreys).
Come racconta lo stesso Crowley nello speciale Netflix Something Personal, realizzato poco prima della sua scomparsa nel marzo scorso, alla fine dei rivoluzionari anni Sessanta c’era grande necessità che apparisse un testo del genere nel panorama teatrale e cinematografico. Da sempre il bisogno di rappresentazione sottintende la volontà di essere accettati, tutelati, a maggior ragione se si soffre mentalmente (e fisicamente) per la mancata realizzazione di questo stesso desiderio. Ma come ogni opera destinata a trasformarsi da fatto spettacolare a vero e proprio fatto storico, la riproposizione di The Boys in the Band nell’oggi si trasforma in un’occasione d’oro per ricordare (non solo al mondo a cui si riferisce) cosa siamo stati e perché lo siamo stati, cosa siamo e perché lo siamo adesso.
Davanti agli occhi straniti e, talvolta, inorriditi del vero outsider della storia, l’Alan di Brian Hutchison, di ogni personaggio (e attore) mette in scena l’umanità fatta di spensieratezza e tragedia, vittorie e sofferenze, cattiveria e gentilezza, disincanto e idealismo, tormenti e gioie, amori ritrovati, perduti o mai vissuti; ancora oggi è questo il modo migliore per conoscere e comprendere ciò che stupidamente si considera diverso, nell’evidenziare in esso quei tratti in cui tutti, indistintamente, possiamo riconoscerci.
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