Recensioni

Che il progetto di Tim Kinsella non sia per tutti, è fatto assodato. Servono pazienza per seguire sia la produzione copiosa (questo il secondo album pubblicato nell’anno in corso: lo precede l’inutile Oh Brother, basato su un solo drone) che i concettualismi e i ghiribizzi da intellettuale. Anche troppo, verrebbe da dire persino a chi è fan sfegatato di lunga data, e a onor del vero negli ultimi tempi qualche scricchiolio l’avevamo avvertito.
Rimettono le cose in carreggiata nove brani che vedono la sei corde di Victor Villarreal (già con Tim nei Cap'n Jazz e soprattutto nei più recenti Owls) e l’abile batterista Theo Katsaounis aggiungersi in formazione portando, se non una ventata d’aria fresca, un surplus d’energia e calore. Abilmente raccolto da Steve Albini, il suono si è di conseguenza ispessito, non di rado planando dalle parti dei più agili ma vigorosi June Of ’44. Lo dimostra l’ottima apertura di I Saw The Messed Binds Of My Generation, sei giri d’orologio in saliscendi chitarristico con la voce tra recitante e declamante che si affaccia solo sui restanti tre. Non da meno il resto di una scaletta, che – accantonata l’elettronica in media fedeltà e i giochini sonori – avvicenda guizzi a cuore aperto (Love Life, Howdy Pardoner), oblique ballate (Life Force) e un post-rock giustappunto chicagoano prelevato dal versante “math” più morbido (Like Minded, Night Life Style).
Come al solito, è un prendere o lasciare. A differenza del solito, sono quadretti di un surrealismo più muscolare. Evviva
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