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Sentimental Value è con tutta probabilità il film più difficile che Joachim Trier sia stato chiamato a realizzare finora. Lo è fondamentalmente per due motivi: il primo, perché arriva subito dopo la chiusura della Trilogia di Oslo, una cornice all’interno della quale il regista danese – ma norvegese d’adozione – ha consolidato il proprio stile; il secondo, perché rappresenta il passo successivo a quello che lo ha lanciato nel gotha del cinema d’autore. Il successo de La persona peggiore del mondo ha trasformato Trier in una piccola star del circuito festivaliero internazionale.

Trier torna quindi in concorso a Cannes con tutti gli occhi puntati addosso e risponde con un titolo che cerca di raccogliere l’eredità della parentesi appena conclusa e rielaborarla attraverso uno schema solido e piuttosto classico, rilanciando in modo controllato. In sostanza, il regista cerca una conferma più che la tappa risolutiva verso l’affermazione definitiva, che, nonostante la bontà della pellicola – la cui natura sarà probabilmente apprezzabile da un pubblico d’oltreoceano – e la vittoria del Grand Prix Speciale della Giuria, non c’è.

I Borg (non) si separano.

Le prime tracce del passato – recente e remoto – del regista emergono negli interpreti. La protagonista è di nuovo Renate Reinsve, vincitrice del Prix d’interprétation féminine proprio con l’ultimo Trier sulla Croisette, che presta il volto a Nora Borg, attrice teatrale dall’umore ciclotimico e popolare grazie a una serie televisiva, ma anche sorella di Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) e, suo malgrado, figlia di uno dei grandi registi norvegesi del Novecento, Gustav Borg, interpretato magistralmente da Stellan Skarsgård.

Gustav è un genio del linguaggio cinematografico e, quindi, ovviamente, un pessimo uomo di famiglia, che ha finito con l’autoesiliarsi, abbandonando prima moglie e figlie e poi anche il suo amato set. Due aspetti che Sentimental Value indica come coincidenti: Gustav si ripresenta al capezzale di Nora e Agnes in occasione dei funerali della loro madre con l’idea di girare un nuovo film dopo 15 anni, nella loro casa storica e con la figlia attrice nel ruolo principale, che, come se non bastassero le commistioni, ricalca la personalità della nonna morta suicida.

Il regista e la star.

Gustav non è nuovo a queste dinamiche: uno dei suoi film più importanti e celebrati aveva avuto come protagonista una giovane Agnes, che però, complice il distaccamento paterno, ne conserva un ricordo doloroso. Nora, infatti, non vuole assecondare il padre, che è così costretto a fare i conti con il suo status di monumento da celebrare. Ironia della sorte, proprio in occasione di una sua retrospettiva fa la conoscenza di Rachel Kemp (Elle Fanning), una delle più grandi attrici hollywoodiane della sua generazione, desiderosa di collaborare con un regista europeo d’autore, anche se il film fosse prodotto da Netflix, non distribuito in sala e con recitazione in inglese per una dimensione più pop. Si farà il film o no?

La riflessione centrale di Joachim Trier in Sentimental Value riguarda le potenzialità del rapporto tra realtà e rappresentazione artistica, sottolineando come questo secondo livello sia soggettivo e di come alcune persone lo adottino per avvicinarsi alla realtà, mentre altre lo utilizzino per opporsi ad essa. Al centro di questa “ricerca” c’è un triangolo relazionale composto dal padre e dalle sue due figlie.

“Sorella, dove sei?”

Non c’è nulla di particolarmente innovativo nella costruzione dei personaggi, nella riflessione sui conflitti o nello scioglimento della trama, salvo il gioco con lo spettatore che il film riserva al rapporto elitario – e per questo particolarmente carico di acredine – tra Gustav e Nora. In realtà, è la relazione tra Nora e Agnes il vero motore emotivo della vicenda e il ponte che collega i piani della realtà e della sua rappresentazione fino al punto in cui, nel loro dialogo, le parole diventano superflue.

Probabilmente le scelte migliori risiedono proprio nel dialogo tra questi livelli: Trier lo ricerca costantemente, partendo dalla “casa-set”, alternando i capitoli, ricostruendo il passato con voice-over e inserendo improvvisi momenti onirici. In queste scelte linguistiche emergono tutti i riferimenti del regista, che tra Bergman, Fellini, Tarkovskij e Allen deve ancora trovare la piena compiutezza della sua cifra.

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