Recensioni

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Tornano i due svedesi, questa volta con le “j” maiuscole. Un simbolo di maturità acquisita (o per lo meno esibita)? Lo shifting hipster d’ordinanza? O è solo una trovata di marketing? A sentire Joakim Benon, V avrebbe dovuto rapppresentare il meglio della loro produzione: “Abbiamo lavorato a questo disco per tutta la vita; è la cosa che abbiamo sempre voluto fare. Sento che abbiamo lavorato su questo album sin da quando abbiamo iniziato a registrare musica. Non abbiamo mai avuto nessun altro piano se non quello di farlo uscire e allo stesso tempo non abbiamo mai saputo cosa fosse. È cresciuto a modo suo, e ora che l’abbiamo finito, guardando indietro possiamo capire cosa sia veramente, cosa abbiamo fatto, perché è qualcosa che non decidi, anche se l’hai fatto tu. Le canzoni… non le scriviamo, facciamo solo il nostro meglio per catturarle per sempre, davvero“.

In realtà il disco è pop allo stato puro, con inserti di elettronica che aumentano il tiro quel tanto che basta per essere inseriti in qualche compilation di remix ibizenca superpatinata (già accaduto al singolo pseudo-tribal Fågelsången) o su qualche spot che deve far salire l’emozione (possiamo scommettere qualche contratto con Apple o con qualche casa di prodotti per bambini). Dal lontano 2009 del promettente ma troppo furbo esordio jj n°2 ne è passato di tempo e oggi il palco è definitivamente caduto. Abbiamo capito che le costruzioni mimetiche, quel negarsi in un’indistinta aura di mistero nordico ha stancato e il risultato è solo un’altro clone di quell’hipsterismo che vorrebbe simulare lo stile di Lana Del Rey, ma purtroppo non ci riesce.

Il duo ha sì qualche carta da giocare, come ad esempio il buon uso dei tappeti di archi, i crescendo atmosferici e la voce di Elin Katlander che culla e lega bene le melodie (Full, Be Here Now), ma precipita su banalità che mimano i peggiori Coldplay (Dynasti), romanticismi melensi (Dean & Me) o qualche scimmiottamento della già ricordata Lana (When I Need You).

Delusione per la scuderia Sincerely Yours (che, ricordiamo, ha in catalogo pure CEO). Il disco vorrebbe essere una testimonianza di amori andati male, di storie tormentate, ma diventa buono solo per qualche selfie da teenager brufolosi e sudati in camerette con condensa alle finestre. Per tutti gli altri, c’è sicuramente altro.

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