Recensioni

7.3

Sono amici da oltre dodici anni, entrambi hanno ormai consolidato un proprio pubblico di affezionati e nessuno dei due ha nulla da invidiare all'altro in termini di popolarità o vendite. L'idea di lavorare a un progetto comune sarà bazzicata più volte nella testa di Machinedrum e Jimmy Edgar, ambedue noti per discografie che non hanno mai nascosto il piacere della sfida artistica. Perché di sfida si tratta, e nemmeno delle più semplici: di Machinedrum la gente ama l'ingegnosità delle strutture e il senso dell'innovazione, mentre Edgar ha fatto breccia per quel suo modo personalissimo di essere funk, stuzzicando con contaminazioni e senso delle mode. Avanguardia contro cura del design, una miscela eterogenea che suonava imprevedible in partenza, con buone possibilità di elevare in potenza l'efficacia dei due soggetti ma altrettanti rischi di inibire i reciproci punti di forza.

L'intreccio è, in una sola parola, splendido. Splendido perché è sotto ogni aspetto differente da qualsiasi cosa ci si poteva aspettare. I due protagonisti fanno sul serio, sono abili a rimettere in discussione i loro modus operandi, a fare un passo indietro quando serve ma anche a trascinare il polo opposto verso un nuovo, sorprendente equilibrio. Nella opener In Her City Jimmy Edgar è un aroma vellutato che si nasconde dietro (e dentro) la mobilità dei pattern operata da Machinedrum, come una corda di violino pizzicata, gocce electrofunk che entrano in contatto ma evaporano all'istante, lasciando solo la sensazione di freschezza. Tutto l'opposto Sin Love With You, dove invece le armonie della forma sbocciano appieno e l'estro ritmico si piega al loro volere, rammentando che Travis Stewart non è solo quello di Room(s) e Sepalcure ma anche l'abile architetto di ritmi conosciuto lungo tutti i primi 2000.

I pezzi più sghembi arrivano nel lato B. Mue è un gioco di specchi come solo Stewart oggi è in grado di fare, un equilibrio indefinito tra beats hip-hop e fusione post-dubstep col beneplacito del lato Warp di Edgar. Il vero apice però è Lock Lock Key Key: i campioni vocali in loop stretto sono mezzo scenico ma anche fascino dell'ossessione, soprattutto sotto l'effetto di un progressivo smembramento del tema cardine, quasi che le strutture contenitive di Machinedrum fossero pareti mobili in continua oscillazione, a mutare continuamente il volto del pezzo tra future-garage, turntablism e beatboxing astratto. È questa l'euforia che si scatena quando due produttori con le palle trovano il giusto affiatamento, come con Mr. Oizo e Boys Noize negli Handbraekes o con Hudson Mohawke e Lunice in TNGHT. Stavolta però il marketing non c'entra nemmeno incidentalmente, qui c'è voglia sincera di spingere più in là i propri limiti.

Per dirla con le loro parole, "c'è un senso di dove eravamo, dove stiamo andando e tutto quel che sta in mezzo". Condensi in quattro tracce due spiriti genuini nel loro momento di massima agitazione tecnica, e poi lasci al resto del mondo tutte le derive e le speculazioni del caso. Perfetto.

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