Recensioni
Jim O’Rourke
All Kinds of People - Love Burt Bacharach
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Marco M. Boscolo
- 23 Giugno 2010

Andare a mettere le mani su uno dei repertori più grandiosi di sempre del pop mondiale è un rischio che non molti sono disposti a correre. E visto il recente The Visitor ( un disco composto da un'unica composizione ambient-folk di grande suggestione, ma di non facile digeribilità, soprattutto commerciale) bisogna dare atto a Jim O'Rourke che questa caratteristica non gli manca. In All Kinds of People – Love Burt Bacharach, pensato per il solo mercato nipponico, non c'è lo stesso ardore avanguardista, ma la voglia di rendere omaggio a un compositore che ha gettato le basi di quello che oggi chiamiamo pop e a cui tutti, dai Beatles a Brian Wilson, da Stan Getz a Elton John devono qualcosa. Per interpretare queste undici perle selezionate evidentemente con il cuore, O'Rourke ha chiamato a sé una serie di amici del mondo della musica occidentale e del Sol Levante, per impreziosire i suoi arrangiamenti e le sue interpretazioni.
Certo, non tutte le ciambelle escono col buco. Il problema di fondo è che da uno come O'Rourke ci si aspetta sempre un guizzo geniale, qualcosa in più. Qui non manca il coraggio nell'affrontare classici come Don't Make Me Over e Raindrops Keep Fallin’ On My Head, ma si poteva e doveva osare di più nel distaccarsi dalla lezione bucharachiana (spesso insuperabile) o da altre grandi interpretazioni che oramai sono entrate nell'orecchio di tutti. Prendiamo ad esempio Close To You, qui girata in Close To Me con un forte accento egocentrico da Haruomi Hosono (membro dei Yellow Magic Orchestra) e mantenuta però su corde non troppo lontane dalle classicissime atmosfere orchestrali della canzone d'autore americana. Stesso discorso per la celeberrima I Say A Little Prayer, involontariamente resa ironica dalla pronuncia maccheronica di Yoshimi (drummer dei Boredoms). Qualcosa di più esotico si avverte in Raindrops Keep Falling On My Head con un basso quasi funk e vaghi accenti caraibici.
Da dimenticare l'apporto del sonico Thurston Moore che trasforma Always Something There To Remind Me in una canzoncina power-indie-pop qualsiasi, appiattendo l'interpretazione su un canto strascicato e privo di emozione. Forse la migliore interpretazione è quella da jazz club affidata a Donna Taylor (Walk On By), ma allora ci si chiede perché non andare a pescare direttamente quelle di, solo per citarne qualcuna, Dionne Warwik, Dusty Springfield, The Carpenters o Aretha Franklin? O per lo meno lasciato che fosse la sola voce di O'Rourke a riempire tutte le tracce e non solamente Anonymous Phone Call, Don't Make Me Over e Trains And Boats And Planes: almeno avremmo ascoltato un omaggio più personale.
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