Recensioni

6.8

Si conferma fucina di talento la macchina trita-indierock targata My Morning Jacket. Dal nucleo principale si sono (ancora una volta) staccate le due cellule impazzite, Carl Broemel e – il qui protagonista – Jim James, entrambi alla ricerca di una visione distopica del suono. Tesa al folk minimale per Broemel (4th of July, pubblicato lo scorso Agosto), più orientata ad una rilettura della black music per il frontman dei MMJ. Un disco su cui James è dovuto tornare più volte rinfrescandolo con idee sempre nuove e che differisce dall’esordio (recensito ed accolto con qualche riserva su queste pagine) non tanto per le correnti sci-fi di cui ancora si avvertono postumi, quanto per un ispessimento dello spettro sonoro. James azzera gli estremismi psych-rock aprendosi ad un ventaglio di suoni in grado sia di pescare dal repertorio MMJ, sia di sconfinare in territori alternativi. Merito anche del lavoro in retrovia di Blake Mills (già producer per Conor Oberst, Jesca Hoop, John Legend), bravo nel dirottare le manie di James verso zone lasciate in ombra nel precedente e criptico Regions of Light and Sound of God.

In Eternally Even convergono nuove spinte emotive. Un disco “politico” e su cui pare aleggiare lo spettro della preoccupante staffetta per gli USA. Jim James la immortala in Same Old Lie («You best believe it’s the silent majority / If you don’t vote it’s on you not me / It’s the same old lie, told from the dawn of time»), lucida e quasi profetica lettura della realtà («They try to take what’s yours and mine / Is there any peace to be found in a lifetime?»). La profondità testuale è tra i punti di forza di forza di questa seconda prova e finisce per ripercuotersi anche sull’impianto sonoro, molto più complesso e stratificato, e in cui sembrano confluire alcuni tratti distintivi d’annata: la rilettura soul di Here In Spirit à la Frank Ocean, gli ammiccamenti all’etereo trip-hop in chiave Lamar (The World’s Smiling Now) e i richiami – divenuti tòpos – alle allucinate correnti spacey-psych di matrice 70’s nelle due suite di We Aint’Getting Any Younger che sconfinano nelle texture jazz-fusion di True Nature, nella R&B drogata di In The Moment e nelle pulsazioni a bassa frequenza della title-track.

Eternally Even riabilita l’avventura in solo di Jim James. Qui il Nostro riesce a domare quel vento furioso fatto d’echi ipnotici. Il risultato è un disco godibile che, nonostante le tante frammentazioni, riesce a spingersi in terre di mezzo fatte di muscoloso indie-pop ed eterea soul music, sempre filtrate da un’elettronica che sa essere seducente. Il mutante creato questa volta da James ha le sembianze di Marvin Gayel’animo scuro di Leonard Cohen e l’estro del più recente Bon Iver. Sicuramente un passo avanti rispetto all’esordio solista.

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