Recensioni

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Quando si dice che il country ha anima ed è il lato “bianco” della faccenda che osservi, di norma pensavi a nomi eccelsi come Tony Joe White e Bobby Charles. Questo finché Light In The Attic – gente esemplare che non sbaglia un colpo – non ha ristampato l’unico trentatre giri di Jim Ford. Uno dei classici “migliori dischi che non avete mai ascoltato” che quattro anni fa anche la Bear Family allungava con quindici inediti (qui non li trovate: compensano pienamente l’artwork originale, un corposo libretto informativo, il remaster scintillante e minuzioso operato su nastri originali) reintitolandolo The Sounds Of Our Time. Riportando l’interesse sull’autore, trovato pochi mesi dopo senza vita per cause naturali sessantaseienne nella sua roulotte in California.

Destino infame per uno portato in palma di mano da Bobby Womack, Sly Stone e Nick Lowe, che aveva visto i propri brani reinterpretati da Aretha Franklin e P.J. Proby e s’era ritirato a fine ’70, schifato dallo showbiz. Si impreca di rabbia ascoltando Harlan County, messo su nastro in quel di Los Angeles con la sezione ritmica dei Redbone, Dr. John, Jim Keltner e il chitarrista di Elvis, James Burton, siccome è uno splendido soul campagnolo – impetuoso e commovente, disposto a prende per il bavero e scuotere – che zampilla da un incrocio tra il succitato Sly, i Rolling Stones maturi innamorati dell’America e il Van Morrison più negroide. Nativo del Kentucky (contea di Harlan, esatto), Ford cresceva in povertà spaccandosi la schiena in miniera, scappava di casa adolescente e viveva in strada a New Orleans imparando ad amare e fare musica. A metà anni Sessanta scriveva successi per conto terzi in California, poi si decideva a incidere Harlan County.

Pubblicato dalla piccola White Whale, svaniva in un 1969 follemente prolifico. Un altro tentativo londinese del ’71 era accantonato e idem decine d’altri brani, riscoperti allorché l’uomo veniva stanato a metà anni zero nella quieta Mendocino. Si scoprì che aveva seguitato a scrivere e incidere, laddove il resto ve l’ho raccontato poco sopra sperando di interessarvi. Siate saggi e procuratevi una festa (talora mesta) di errebì e Appalachi, di rock vibranti e ballate gonfie d’archi in cui smarrire cuore e testa.

Da un’autobiografica title-track che cita Swing Low Sweet Chariot percorrendo i sentieri di Exile On Main Street con un triennio di anticipo a una rilettura di Spoonful modernamente zuppa di funk, dalla sensuale e guascona I’m Wanta Make Her Love Me alle romantiche con equilibrio Love On My Brain e Changin’ Colors, dalla rilettura di To Make My Life Beautiful (la firma di Alex Harvey, il risultato melodramma favoloso degno di Tim Hardin e Tim Rose) all’esuberanza di Dr. Handy’s Dandy Candy. Per non dire del boogie da far impallidire i Black Crowes Long Road Ahead strappato dalle mani dei coniugi Bramlett, della Under Construction potenziale outtake di Beggar’s Banquet e di Workin’ My Way To L.A., cioè Mick Jagger ospite nei Little Feat. Ristampa dell’anno, nientemeno.

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