Recensioni

6.8

A record of Love for Time, Space and Sounds. Strumenti per noi esotici ed inauditi, nel senso letterale del termine, cioè mai uditi prima: il piri, un flauto di bamboo a doppia canna, il saenghwang, un organo a bocca (aerofono), e lo yanggeum, una sorta di dulcimer. Che apre il sipario su questo teatro ipnotico, come un annuncio di presenze lontane (Arrival): stratificazioni, architetture dense e lievissime, un equilibrio fragile e monumentale tra il folklore coreano ed una costruzione a metà strada tra minimalismo ed elettronica (la prevalenza della tessitura sulla melodia). Una interessante ipotesi di post-rock sui generis che attinge ad una palette di colori per noi nuova (provate ad immaginarvi questi pezzi suonati da chitarre e pianoforti: probabilmente l’effetto sarebbe molto meno avvincente) e che ha la sua forza proprio nel fascino di queste possibilità acustiche, nell’esatto punto di incontro tra futuro e tradizione.

Musica che prende forma compiuta dall’esplorazione approfondita di ogni singolo suono, nenie che si fanno strada nella pioggia, sonorizzazioni di poesie, incubi delicati, ombre di sogno, acquerelli elettroacustici, attitudine zen che governa sempre uno sviluppo lento, gentile. Se nel precedente Communion Jiha Park si era circondata da altri musicisti, qua invece ha suonato tutto da sola, con l’intento di creare un mondo di soundscapes che inseguono fantasmi; le inquietudini che vengono evocate non sono mai troppo spigolose, sono suoni a cui appoggiarsi come ad un cuscino di nuvole azzurre; meditazioni nude, semplici, proprio per questo efficaci, nella loro esposta povertà di mezzi. Less is more, del resto, lo sappiamo. La musica di Jiha Park è un rituale devoto a divinità che non sappiamo nominare ma che con le dita ci toccano il cuore: l’incedere inesorabile e pericolante della title track è di quelli che cattura istantaneamente senza fare prigionieri. Bisognerebbe alzare il volume al massimo, bisognerebbe spalancare le finestre, bisognerebbe smettere di affannarsi ad essere manager dei nostri nulla, fermarsi ad ascoltarsi, ascoltare, nel nome di quell’amore fraterno evocato dal titolo (Philos, nell’antica filosofia greca, è proprio uno dei tre tipi di amore, assieme all’Eros e all’Agape).

Poesie d’amore antico , specchi che riflettono assenze ed altre immagini, fiori fugaci e bellissimi che vivono solo un giorno. Non tutto è ugualmente pregnante e a fuoco, in queste otto tracce, ma Philos è comunque un disco in cui rifugiarsi e a cui tornare, mentre Jiha Park è una musicista da seguire con attenzione e la tak:til (sublabel della Glitterbeat, che ci ha già regalato le perle di Širom e 75 Dollar Bill) una dei posti dove scovare la musica più interessante che gira intorno.

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