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Jhon William Castaño Montoya, in arte semplicemente Montoya, è un’anima sincretica che ha voluto completare un rigoroso percorso accademico con tanta, sana, sperimentazione elettronica. Il violinista e compositore colombiano, risiede in Italia dal 2001 e deve molto alla formazione presso Fabrica, il Centro di ricerca creativa del Gruppo Benetton che ha prodotto i suoi primi album El viaje e Mohs. Ma è stata la White Forest Records che ha prodotto, nel 2015, il suo lavoro più importante, Iwa, un album che ha sorpreso molti per il mix, profondo ed elegante, di elettronica, musica etnica e classica contemporanea. L’etichetta romana ha recentemente pubblicato un’edizione deluxe di quella release, una speciale versione CD, in serie limitata, artwork rinnovato (per la firma di Eduardo Enrique Meza, un artista di Caracas di stanza a Brooklyn) e quattro nuove canzoni: Sol, Luz, Luna e Holy. Queste quattro tracce sono entrate a far parte, a loro volta, del nuovo EP intitolato Lux, nel quale i profumi delle montagne andine si intrecciano con i panorami elettronici europei in un inedito connubio fra tradizione popolare, spirito tribale e cultura sonora classica. I suoni e le atmosfere della selva tengono uniti i due progetti. La mezcla che ne deriva vive di contrasti e nuovi abbinamenti. Sol comincia come una ballata acustica, impreziosita da una voce femminile eterea ed evocativa, per poi esplodere con un beat corposo.

La tessitura lirica spetta al violino e, alla fine, gli umidi cromatismi sonori latinoamericani si intrecciano con una progressione ritmica che rimanda a molta della scena portoghese di questi anni. Ma se c’è un sol, nel mondo poetico di Montoya, non può mancare una Luna. E siccome le geografie astronomiche sono delle robe strane lei si chiama Sol de Oliveira aka Wenceslada. È argentina ma nella traccia canta un po’ in portoghese e un po’ in italiano, mentre lui sembra suonargli il violino sotto la finestra. Il risultato è una carezza romantica fuori dal tempo. Luz ha, invece, una lussureggiante ambientazione tropicale che sa di giungla e cerchi rituali, in un continuo confronto di ritmi e tradizioni sonore, con i ricordi che si fanno fantasie e racconti. Di Holy resta impressa quel sax jazz, sospesa su un magma ambient e poi intrecciata a battute concrete, estremamente curate nel sound-design, e a un sample vocale che tratta la voce di Erika Badu in On and On in stile (quasi) chopped & screwed. Ha definitivamente una statura internazionale il nostro Montoya. L’Europa l’ha apprezzato al Fusion Festival di Lärz, nel programma di Musicbox a Lisbona e al Sonorama di Ribera, giusto per citare alcune delle tante date del suo tour. Ma l’ultima notizia che lo riguarda è anche la più importante: l’ingresso nella line up ufficiale del Sónar Festival che, a dicembre, si sposta a Bogotà. Possiamo prenderla come l’ennesima conferma del talento cristallino del musicista e compositore colombiano. D’altra parte i suoi concerti sono un’avventura magica, fatta di voci sciamaniche, beat elettronici e influenze classiche contemporanee.

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