Recensioni

6.5

Tre dischi negli ultimi quattro anni, i Jethro Tull viaggiano con lo slancio della locomotiva immortalata in Aqualung. The Zealot Gene del 2022, RökFlöte del 2023, non proprio indimenticabili, e oggi Curious Ruminant che, sull’onda dei facili entusiasmi di prog inglese, spinge l’intervistatore a chiedere a Ian Anderson se anche secondo lui si tratti di “una pietra miliare”. “Non proprio”, risponde più lucidamente il quasi ottuagenario leader dei Tull, “è solo una raccolta di canzoni, nello stesso modo in cui Aqualung era una raccolta di canzoni”. Nove in tutto.

Partiamo dal titolo, Curious Ruminant, lo stesso del secondo brano, in riferimento alla sete di sapere costantemente provata da Ian Anderson che confessa – “Rimango un ruminante curioso” – di avere amato il fantasy, il surrealismo e soprattutto la fantascienza di fine anni ’50 e inizio anni ’60. Suggestioni entrate in gioco nella stesura di Savannah Of Paddington Green, canzone che ipotizza un futuro distopico per Paddington Green, una zona di Londra che causa il cambiamento climatico si è trasformata in una savana nella quale gli uomini non trovano più posto.

Se Puppet and the Puppet Master indaga il rapporto tra il musicista e il suo pubblico, domandando chi sia a muovere veramente i fili dello show, Stygian Hand porta Anderson a immaginare l’incontro notturno con uno sconosciuto dalle malevoli intenzioni dopo essersi perso lungo una strada ignota.

Dunsinane Hill cita il Macbeth di Shakespeare mentre Over Jerusalem è una ruminazione sull’attuale stato della storica città in bilico tra due mondi, simbolo di amore universale ma in precario equilibrio tra pace e guerra. Il significato di The Tipu House, invece, non è esplicitamente dichiarato. Descrive la vita all’interno di una dimora nella quale convivono persone di diversa estrazione: vecchie signore, giovani mogli, e i “figli di Dio che giocano in un giardino tossico”; protagonisti di relazioni complicate, problemi domestici, adombrati o illuminati da segreti e speranze. Una allegoria della complessità della realtà sociale che viviamo, disseminata di elementi misteriosi ma anche malinconici.

Venuta alla superficie come una poesia, Interim Sleep che chiude il disco in modo recitativo è una canzone consolatoria centrata sulla perdita di una persona cara. Il brano più breve, il più suggestivo, l’unico che non riporta con la memoria a qualcosa di già sentito dei Tull. Su uno strato minimale di chitarra acustica e flauto, Anderson parla di “Stazioni dove i treni partono e si fermano nei viaggi separati delle nostre molte vite”. “Ho scritto una poesia – ha precisato il band leader – su una situazione immaginaria in cui ero la voce del defunto che scriveva alla persona in lutto per confortarla”.

Il piatto forte è però Drink from the Same Well, la canzone dal più ampio respiro – e la più bella – non solo per la durata che supera i 16 minuti, ma anche per le influenze più diverse poiché scritta a quattro mani. Risale a molti fa, inutilizzata per accordi mai trovati con un flautista indiano. È Anderson a spiegare: “Gran parte della canzone è stata scritta da me e dal nostro tastierista di allora, Andrew Giddings, nel 2007. Era originariamente concepita come potenziale duetto da eseguire da parte mia al flauto da concerto occidentale e il rinomato flautista classico indiano Hariprasad Chaurasia sul bansuri, un flauto di bambù indiano. L’abbiamo mandata al figlio di Hariprasad che era anche il suo manager, ma Hariprasad l’ha rifiutata, anche se abbiamo fatto abbiamo fatto alcuni spettacoli insieme in India e a Dubai. (…) Non so perché. (…) Comunque mio figlio James ha trovato il multitraccia originale su uno dei miei vecchi computer e abbiamo approntato una nuova versione cantata”.

Anche in questo caso al centro della canzone ci sono le preoccupazioni di Anderson per l’emergenza sempre più evidente del cambiamento climatico. Mentre dal punto di vista musicale ciò che distingue il brano è l’uso del flauto bansuri che sposta l’atmosfera più verso quel tipo di esotismo New Age à la Nightnoise, in tipico stile Windham Hill, che in direzione di una vena autenticamente folk (della quale per i Tull si parla spesso a sproposito). Non sono gli strumenti a fare il folk – flauto, fisarmonica che sono presenti o mandolino e violino che mancano – ma l’uso che ne viene fatto. Così come un Mellotron non fa prog rock (figurarsi, l’ha utilizzato perfino Zucchero).

Musicalmente l’intero disco gioca nello stadio di casa, pronto a soddisfare le esigenze del pubblico fedele dando fondo al migliore gioco che può mettere in campo, compatibile alle esigenze dei paganti. Consolidato da anni e dischi su dischi. Flauto a go go, tastiere ma non troppo, come già detto un tocco pseudo-folk di fisarmonica che fa da topper qua e là. Una manciata di soli di elettrica (Puppet and the Puppet Master, Curious Ruminant, Over Jerusalem), un po’ di riff, che non è detto garantiranno il posto a Jack Clark per un ruolo che scotta: è il terzo chitarrista che cambia nell’arco di tre album. Un buon musicista, ovvio, uno dei tanti sfornati a vagonate dalle ultime generazioni: tutti dotati di tecnica fantastica; ma anima e personalità sono di pochi. Un Martin Barre non si trova tutti i giorni. Gli altri sono vecchie conoscenze: John O’Hara alle tastiere, il bassista David Goodier, il batterista Scott Hammond. Regista e capitano della squadra Ian Anderson, flauto rodatissimo, “il” flauto del Prog rock, la cui voce oramai – per molteplici vicissitudini: età e problemi di salute su tutti – non può essere quella dei bei tempi. Salvo fare ricorso agli accorgimenti che offre lo studio di registrazione (che tutti si scordano di menzionare, guarda un po’, quando si tratta di giungere alle conclusioni).

Schema vincente, benché non sempre trofei di primo piano, vecchia scuola che oggi più che mai non contempla cambi di modulo, Anderson si congeda dai critici proni e dalla frangia dei fan incondizionatamente adoranti riservando loro una occhiata in tralice: “Se faremo un altro disco, dovrà necessariamente essere un po’ diverso”. Da leader illuminato, persona intelligente, ha sentito che l’atmosfera è stantia. Del resto è primavera, le finestre vanno aperte per fare entrare aria e idee nuove.

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