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6.8

Tra le note del booklet che accompagna il nuovo disco di Jet Set Roger, Un rifugio per la notte, si legge: «l’esercizio di mettersi nei panni del proprio prossimo non è mai inutile o abusato, e la cosa è vera soprattutto in questi tempi difficili, dove l’incertezza economica ci fa vedere insidie e nemici in chiunque appaia leggermente diverso dal gruppo». Una verità davanti agli occhi di tutti ma anche una chiave di lettura per questo nuovo lavoro del bravo Roger Rossini, che replica il formato già frequentato dal precedente Lovecraft nel Polesine, ovvero concept album con allegato breve graphic novel in bianco e nero di Aleksandar Zograf, per raccontare ancora una volta una storia in musica.

In questo caso il protagonista è il racconto di Louis Stevenson, A Lodging For The Night, appunto Un rifugio per la notte, in cui lo scrittore scozzese narra vicende con al centro un dialogo tra François Villon – «poeta medievale francese passato alla storia tanto per le sue ballate argute e brutalmente sincere, quanto per la sua vita turbolenta», oltre che abile ladro capace di ridere persino davanti alla morte – e il nobile Enguerrand De La Feuillee, signore di Brisetout, che lo accoglie nella sua casa in una fredda notte. Tra i due nasce una animata conversazione, con il secondo che rimprovera al primo di comportarsi come una balordo nonostante l’educazione ricevuta, senza aver cura della morale, dell’etica e dell’onore, e il primo a far notare al secondo che esser ladri per mangiare non può essere considerato un reato, e che quell’etica di cui parla, De La Feuille non la applica certo alle violenze e alle devastazioni della guerra, materia in cui il cavaliere è piuttosto ferrato.

Le canzoni di Jet Set Roger, ispirate alle omonime ballate di Villon, si posizionano agilmente in quella terra di mezzo tra rock e cantautorato a cui ci ha abituati il musicista, e ancora una volta riescono a mantenere un approccio narrativo efficace senza sacrificare l’aspetto musicale. L’iniziale La Taverna è forse il brano più riuscito, con quell’andatura tomwaitsiana pronta a sbocciare in certe tensioni prog, ma anche la randynewmana Dom Nicolas sintetizza bene l’ironia alla base di certe parentesi del disco. Anche se alla fine è tutto il lavoro a farsi apprezzare per una scrittura che sarà pure classica in termini strettamente strumentali e arrangiativi, ma mostra una grandissima sicurezza nelle melodie e nella costruzione dei testi. Anche se è necessaria la contestualizzazione garantita dalle note di copertina e dal lavoro di Zograf per apprezzarla in pieno.

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