Recensioni

La Pratt, già autrice di un disco eponimo autoprodotto, viene da San Francisco, città della quale incarna l’anima più seventies e tardo-hippy. La Pratt è una delle sensation che ciclicamente vengono proiettate all’ascolto mondiale dall’hype generato da questo o quel media indie americano. In questi casi basta che ci sia una firma, più o meno nota, che si innamora del disco o del personaggio e il gioco è fatto. Il problema è che spesso non c’è così tanta sostanza da celebrare.
E’ purtroppo il caso anche di Jessica Pratt, che pur trasudando un innegabile fascino sordido e loser dalle immagini che la ritraggono, pare ancora lontana dall’essere una floksinger fatta e finita. Ci sono le radici nel folk magico (Strange Melody), c’è l’amore per i classici (Back, Baby o Greycedes), ci sono le disperate solitudini che furono di Nick Drake (Jaquelyn In The Background, funestata anche da un giochetto digitale-finto-vinile davvero facilone) e gli elementi freak (Game That I Play).
Eppure le canzoni, tutte registrate con un piglio comunque lo-fi, mancano sempre di quel guizzo melodico che le faccia risaltare: sembrano più parole – anche pesanti e pensanti – gettate sopra il fingerpicking. A chi le ascolta nei café di San Francisco, forse ricorderanno altre epoche e daranno qualche brivido controculturale, ma su disco sembrano pretesti per un personaggio.
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