Recensioni

6.8

Ci sono voluti cinque anni per rimettersi in carreggiata, eppure nel suo nuovo album New York Before The War, settimo in carriera, lo statunitense Jesse Malin riesce a tirar fuori il lato più maturo. Prodotto dallo stesso cantautore con il supporto di Brian Thorn (già al lavoro con Suzanne Vega e David Bowie), il disco esce per One Little Indian e vede anche la partecipazione alle chitarre di Peter Buck (R.E.M.) e Wayne Kramer (MC5). Il concept di New York Before The War è molto semplice è diretto: la sopravvivenza, in un modo in continuo cambiamento e senza alcun punto di riferimento, è possibile solo lottando.

I riferimenti di Jesse Malin sono ancora lì disseminati nelle tredici canzoni dell’album, da Springsteen al Ryan Adams più elettrico, passando per certo glam punk in stile D Generation; ma, come già si era intravisto nel precedente Love It To Life, il cantautore originario di New York mostra di saper camminare seguendo le proprie orme e caratterizzando in modo evidente il suo stile da urban roots rocker.

Le prime tre canzoni dell’album sono forse il blocco migliore dell’intero lavoro: l’opening track The Dreamers è uno dei momenti più morbidi dell’intero disco, una piano ballad da cielo terso che si arricchisce solo di raddoppi vocali, archi e una sezione ritmica quasi tribale; Addicted è puro folk punk in stile Pogues, mentre Turn Up The Mains sembra un classico stonesiano uscito da Sticky Fingers del 1971 (occhio allo strumentale, che suona quasi come un tributo). The Year That I Was Born profuma di folk d’annata mentre recupera il McCartney di I’ve Just Feen A Face e I’ve Got A Feeling, così come Freeway tenta di rendere un tributo a certo punk rock acido di fine Seventies/inizio Eighites; c’è poi ancora spazio per reminiscenze stonesiane, questa volta andando a pescare idealmente da Exile On Main St. (il country blues di Bent Up).

Jesse Malin rivista il rock and roll contaminandolo con i suoi territori limitrofi. La scrittura è abbastanza matura da non scadere nel compitino, e infatti l’album per buona metà convince, pur risultando leggermente lungo nella tracklist (tredici canzoni, di cui alcune prescindibili, come una Death Star che suona come i Weezer più inflazionati).

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