Recensioni

Jeffrey è un cantastorie, e già lo sapevamo. Non fa differenza pensare a un suo nuovo disco come terzo sesto (qual è A turn In The Dream Songs) o quindicesimo. Il suo pop – spesso, e non proprio a gran ragione, definito anti-pop – sarebbe forse da chiamare pop seriale, ma di quella serialità che non annoia ma affeziona, che parla il linguaggio dei fumetti che lo stesso Jeffrey crea e confeziona.
Il nuovo album Rough Trade, a due anni dal precedente, non se ne discosta. Incasella come su un tappeto volante (che è la sua carriera, o, se vogliamo, la sua produzione) una decorazione dietro l’altra, una figura lievemente allegorica. Dalla iniziale To Go And Return, morbidamente arrangiata con archi più che corde, alla veemenza autobiografica di Cult Boyfriend, al dolce quasi-crooning di Krongu Green Slime, tutto parla della vicenda personale, dell’esperienza che diventa racconto. Time Trades ha il tratto inconfondibile di mettere a punto una melodia che è via di mezzo tra strofa e refrain. Tecnica di cui Lewis è ormai uno dei maggiori esponenti. E di fatto lo mette accanto ai trovatori di un tempo, raccoglitori di storie e di situazioni. Il contesto arrangiativo, che conta sulla presenza dei Sussex Wit ad accompagnarlo con batteria, basso e violoncello, e sul mandolino di Franic Rozycki dei Wave Pictures, a suo modo una conferma dell’uscita dal tempo. 2011 come dieci anni fa, fatta salva la prevalenza della canzone, del motivo da canticchiare ma soprattutto della penna che scrive.
Un ultimo elemento da sottolineare: con la sua presenza, estrema coerenza, quasi insistenza, di fatto Jeffrey sta influenzando, o quantomeno mantenendo un presidio rilevante nella scena folk-pop statunitense. E sappiamo che in qualche modo il nostro cantastorie è portatore sano di una scena che convince sempre più (Kimya Dawson su tutti).
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