Recensioni

Innanzitutto, la copertina: la band vi compare travestita al modo di Country Joe And The Fish, gli sguardi beffardi di chi l’ha combinata grossa, un’ombra ad offuscare le stelle e le strisce della bandiera in bicromia. Prendetela pure come un segnale: lo è. L’ultimo disco a firma Jefferson Airplane è un atterraggio dietro le linee del nemico, un precipitare sul mondo con la voglia di mettersi al lavoro su questo mondo. È – come giustamente si dice – il disco “politico” dei Jefferson. “Guarda cosa sta succedendo fuori nelle strade” attacca la lancinante title track. Sembra il risveglio da un torpore illusorio: la chitarra di Kaukonen si destreggia graffiante e spigolosa, il piano macina un boogie indemoniato, Dryden e Casady incrociano pelli e corde in un bailamme al fulmicotone, le voci sembrano colte al livello del suolo, strappate a quella strada dove bruciano i germogli del cambiamento.
Chi incendiò la miccia? Accanto alla spinta motrice degli eventi, ci metterei il pericolo tangibile di ritrovarsi sorpassati, obsoleti, ancora giovani e già così fossili. Ecco quindi un impeto sconcertante affiorare fin dall’iniziale We Can Be Togheter (il manifesto del loro “new deal”, Jorma in sella ad una sei corde mai tanto screziata e luciferina, le voci unite in un abbraccio energetico ad espettorare il sermone anti-sistema). Una veemenza che quando non è esplicita si muove sottottraccia, domata, stilizzata. Come in Turn My Life Down (attitudine gospel consumata in un recinto country rock, lo steccato vacilla sotto la spinta di hammond e corde) o tra le acide scenografie di Eskimo Blue Day (la Slick a condurre un mistico pellegrinaggio proto-progressive, un flauto vaporoso a scompaginare tremori). Altrove il country rock s’impone con la fermezza di chi è sulla cresta dell’onda, diktat cui peraltro i Jefferson si piegano ben volentieri: The Farm è gradevole e intrigante assieme, ballata saltellante sui singulti di piano (a cura di Nicky Hopkins) e sui riccioli cromati della pedal steel (pilotata da Jerry Garcia), mentre A Song For All Season – l’unica a firma Dryden in scaletta – chiama a raccolta immagini di frontiere dissodate, di nuove trame esistenziali, di granai dove il basso gigioneggia mentre il piano sgrana civettuoli rosari di note. Sorta di figure obbligate o riti di appartenenza che bene s’integrano nel battito del programma.
Ma il cuore del disco sta altrove: nelle aguzze folate di corde che rendono scabro il traditional Good Shepherd (al canto un Balin misuratissimo), nel distendersi oppiaceo e jazzato di Wooden Ships (traccia cofirmata Kantner/Crosby/Stills, e si sente), e soprattutto nella suite psych-prog di Hey Frederick, dove una trasognata Mrs. Slick caracolla lungo il delirio dei versi fino ad un chorus che cambia le carte in tavola (il tempo, i volumi, l’intensità), per poi sciogliersi in una lunga cavalcata di corde. Come un miraggio che svanisce e riappare, come una risacca trionfante e nera. Da grandi visionari con un piede nella tradizione e l’altro nell’utopia, i Jefferson imbastiscono l’ennesima, travolgente visione. Sanno bene che potrebbe essere l’ultima, e non lo nascondono.
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