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L’ennesima uscita nel nome dei Buckley, in un periodo che – guarda caso – vede sia il figlio che il padre (in misura maggiore) protagonisti di una grande rivalutazione. Se da una parte fa piacere vedere le nuove generazioni accostarsi a questi due straordinari artisti, dall’altra però si alza il muro di scetticismo costruito a colpi di cofanetti, ristampe, outtakes che negli ultimi anni ci hanno letteralmente sommerso. Ma non starò qui a perdermi in futili considerazioni su quanto la signora Guibert (madre e moglie) abbia giocato su tali operazioni di marketing, non racconterò le travagliate vicende familiari di Tim e Jeff (raccontate nel libro di David Browne, di cui si riprende il titolo e che ha curato le note di copertina), né tanto meno azzarderò semplicistici confronti tra i due (uno sport praticato da molti). Non è questo il luogo e non è questo il caso, visto che Dream Brother: The Songs Of Tim & Jeff Buckley è un tributo fatto con il cuore. Con tutti i pregi e i difetti che questo comporta.

I nomi che si sono voluti cimentare con un repertorio di certo non facile sono tanti e tutti di una certa importanza, anche se provenienti da diversi ambiti artistici: dai Magic Numbers e Sufjan Stevens, ai Bitmap e Matthew Herbert. Bizzarro accostamento, vero, ma allo stesso tempo il segno tangibile di un sentito omaggio che deriva dall’influenza esercitata o da una genuina ammirazione verso entrambi. A partire dagli stessi Magic Numbers, alle prese con una Sing A Song For You di Tim in cui sono i leggiadri intrecci melodici a primeggiare, proprio per compensare gli evidenti limiti vocali. Quando poi tocca a Micah P. Hinson rivisitare Yard Of Blonde Girls di Jeff, pare di sentire una sua registrazione casalinga, tanta è l’intimità che traspare dai suoi toni baritonali e l’abilità con cui lascia a casa l’elettricità della versione originale. Dal canto suo, Stevens riveste She Is di un’inconfondibile delicatezza fatta di voce soffusa e arpeggi di chitarra, mentre King Creosote infarcisce Grace di armonica, chiudendola con una coda campionata che difficilmente si sarebbe potuta immaginare. Interpretazioni personali, che cercano di unire la fedeltà ai modelli con la fedeltà al proprio modo di fare musica, rimanendo quindi riconoscibili. C’è anche chi preferisce ricalcare le linee già tracciate, senza sperticarsi troppo in ricercatezze e limitandosi a scremare gli arrangiamenti (è il caso della versione acustica di Mojo Pin di Adem e di Morning Theft di Stephen Fretwell), ma ci sono anche dei veri e propri esperimenti che farebbero venire un collasso agli estimatori e fan della famiglia Buckley: parlo dell’elettronica minimale di Matthew Herbert in Everybody Here Wants You, accompagnata dalla sensualità vocale di Dani Siciliano (una trasfigurazione della ballata dai cori gospel in uno straniante beat, che ne smorza i toni drammatici), parlo del funk cibernetico – riuscito solo a metà – dei Bitmap in Dream Brother, e della bellissima No Man Can Find The War in versione folktronica dei Tunng, tutta fingerpicking e banjo e drumming sottile con innesti electro.

Una varietà generosa che si avvicina ad una materia complessa, senza alcuna volontà di uguagliarla o, peggio, presunzione di superarla. Solo un modo per ricordare con devozione due artisti di indiscusso valore, dove devozione significa mantenere la propria cifra stilistica anche a costo di radicali cambiamenti. Ed è così che un tributo dovrebbe sempre essere.

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