Recensioni

8

Tra i chitarristi della sua generazione, quelli di prima fascia, i migliori, Jeff Beck è stato il meno soggetto all’esposizione mediatica, a causa di un’indole poco adatta alle pratiche mondane, ma soprattutto per effetto della sua capacità di mimetismo, cioè della sincera necessità di vestire panni ogni volta diversi per sondare quanti più mondi sonori possibili. Laddove leggende come Eric Clapton e Jimmy Page, che fecero parte degli Yardbirds così come Beck, annoverano una lunga serie di dischi di banale routine il primo, e un interesse a coltivare quasi esclusivamente il proprio giardino hard/heavy il secondo, l’insofferente Back ha sempre amato e messo in atto per l’intera carriera repentini cambi di direzione che l’hanno portato ad essere una sorta di nomade musicale, pur restando fisicamente nello stesso luogo.

Per dire della ritrosia alla facile pubblicità, e a vincere comodamente in genere, alla fine di una audizione con i Rolling Stones, pochi mesi prima di incidere proprio Blow By Blow, fu Beck a rifiutare l’invito della celebrata band di Jagger per incompatibilità musicale. E ditemi, chi non si sarebbe adattato – prendete l’esempio di Steve Morse coi Deep Purple, se si pensa che l’americano è stato l’anima dei Dixie Dregs, tutt’altro universo rispetto Gillan & Co. – per raggranellare un bel gruzzoletto agevolmente (un repertorio, quello dei Rolling Stones, che Beck avrebbe potuto proporre con una mano legata dietro la schiena)?

Uscito dagli Yardbirds, e dopo avere inciso 4 dischi col Jeff Beck Group e 2 come Beck, Bogert & Appice, il chitarrista londinese si presenta per la prima volta a suo nome nel 1975 con Blow By Blow. Un album strumentale che abbina destrezza tecnica e ampiezza della visione sonora come solo i fuoriclasse sono in grado di fare. Dal cervellotico funky di You Know What I Mean a quello abbondantemente decorato di jazz di Air Blower (entrambi sorprendentemente vicini, per ispirazione, a Nuclear Burn presente sul dirompente disco di esordio dei Brand X uscito un anno dopo: e qui va detto che John Goodsall, chitarrista dei Brand X, era un grande estimatore della Mahavishnu Orchestra tanto quanto Jeff Beck, che volle George Martin in regia proprio perché l’ex arrangiatore dei Beatles aveva prodotto Apocalypse, terzo disco di studio della band diretta da John McLaughlin), da She’s A Woman – di Lennon e McCartney – agghindata in un ritmo reggae alla inestricabile matassa ritmica di Constipated Duck, dall’inarrestabile moto vorticoso di Scatterbrain all’incandescente dialogare tra diaboliche eccellenze di Freeway Jam – Max Middleton alle tastiere, Phil Chen al basso (erroneamente citato come Phil Chenn), Richard Bailey alla batteria sono musicisti a 24k – fino a Thelonius di Stevie Wonder e con Stevie Wonder (al clavinet ma non accreditato), brano peraltro mai utilizzato dall’autore, Blow By Blow, colpo su colpo, brano dopo brano, è lo sposalizio degli opposti che si attraggono e si scoprono complementari: elettrico impeto e misurata eleganza che si giurano fedeltà e la mantengono fino all’ultimo solco.

A parte, titani fra i giganti, due episodi che trattengono il furore elettrico e mettono in primo piano l’abbagliante sensibilità di Jeff Beck. In Cause As We’ve Ended As Lovers, scritta ancora da Stevie Wonder per la ex moglie Syreeta e registrata per la prima volte nel 1974 (l’album è Stevie Wonder Presents: Syreeta), al tocco delle dita di Beck la chitarra prende vita per tradurne le emozioni: lo chiamano blues, ma interpretato in questo modo è un idioma a parte, qualcosa che pochissimi sanno parlare in modo da farlo capire a tutti, anche chi fosse al primo ascolto musicale in vita sua purché dotato di anima. Discorso che va fatto anche per Diamond Dust, cover di Bernie Holland (chitarrista di Long John Baldry, Bluesology, Jody Grind, Hummingbird), impreziosita dalla magistrale orchestrazione di GM. Come dite?, chi è GM?, volete l’aiutino… Ok: quel gran genio che più di tutti ha contribuito a rendere adulti i quattro giovanotti dal taglio dei capelli a caschetto, quelli – a proposito di aiutino – di Help. Proprio lui.

Ciò che rende Jeff Beck un musicista fuori dalla norma non è tanto la tecnica – molti ne sono dotati – che gli ha permesso di affrontare qualunque genere con risultati espressivi di eccellenza, quanto le doti umane – di cui tanti scarseggiano – che l’hanno reso immune dalla sindrome del ducetto sofferta da innumerevoli colleghi. Beck, all’interno delle band che raccoglie, primeggia ma non prevarica. Come ben dimostra Blow By Blow, lavoro strumentale, tutt’altro che da sottofondo, che solo negli USA guadagnò il disco di platino sfondando la soglia del milione di copie vendute. “Il meglio deve ancora venire”? Mi dispiace, arrivate tardi, c’è già stato.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette