Recensioni

7.1

Il remix, questo grande reietto della musica moderna. L’incompreso per eccellenza, accusato sempre di non avere alcuna utilità e soggetto continuamente alla solita, ingenua critica “il brano originale non può essere superato”. Eppure sfugge ai più quale sia la vera missione di questa pratica, ossia estrapolare dalla traccia di partenza l’attitudine sottesa che era rimasta velata, tirar fuori il contenuto non detto e lasciarlo sbocciare nel suo habitat naturale, esprimendo esplicitamente nel remix un lato che il primo brano aveva voluto lasciare sfumato, sottinteso. L’amore per il dettaglio elevato a forma d’arte, l’equivalente dello zoom in fotografia, dell’ermetismo in lirica, con tutte le soddisfazioni che ne possono scaturire.

Coi Jazzanova, poi, è qualcosa che viene quasi naturale, perché il loro sound è interamente fondato sulla sfumatura, sul lasciato intendere, sul retrogusto. Praticamente ogni traccia del loro repertorio ha il suo volto nascosto che sottende un’estrazione diversa, sia essa di natura pop, jazz, dance, soul o electro, e perciò non stupisce che questa sia la quarta collezione di remix dello storico collettivo tedesco. È il materiale originale che si presta fin troppo a tale gioco. Prendete I Can See, ad esempio: qui ne trovate due versioni diverse, due aperture che allo stesso modo esplorano ciò che sta oltre i confini autoimposti dal brano originale ma lo fanno in maniera assolutamente antitetica, con Ye:Solar a farne fiorire la natura jazz intrinseca e i Midnight Marauders a liberarne le prerogative soul su un tessuto deep house classico. Tutto – e questo è il bello – a partire da un pezzo che a conti fatti ha voluto essere pop prima che tutto il resto. Quei giochi pirotecnici che solo i remix possono fare.

Deep e jazz sono le prospettive che calzano a pennello ai Jazzanova, e questo i producer più sensibili lo sanno. Tra le bombe deep c’è la Look What You’re Doin’ To Me di Motor City Drum Ensemble (eleganza e sentimento alla maniera di Robert Owens) e il rework di Little Bird dello stesso protagonista Alex Barck, che isola il cantato vaporoso di José James lanciandolo su una base house puntellata e rigorosissima, mentre quella di Martin Iveson su Dance The Dance è la via del lounge, che gioca di sottrazione e punta all’intrattenimento. Ci vuole carattere e un bell’intuito per tirar fuori dal cilindro il giusto contenuto, qualcosa che è riuscito agli Âme (hanno tolto a Glow And Glare ogni angolazione blues accelerandone le spinte dance) e che invece è mancato a Henrik Schwarz e Mr. Scruff e alle loro rivisitazioni poco coraggiose di Let Me Show Ya e Boom Clicky Boom Klack. Meno male che tutto intorno il livello è molto alto, e se ci aggiungiamo un mix stilistico ben variegato la raccolta fa la sua bella figura. Il remix, questo geniale monello della musica moderna.

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