Recensioni

Si fa un gran parlare in questi giorni del ritorno discografico di Jay Som. L’artista losangelina era già sulla buona strada col precedente Everybody Works, ma in Anak Ko il bedroom pop che scorre nelle vene della camaleontica Melina Duterte vive il suo apice grazie a un’ispirazione vivace e dinamica. Sulla strada di Snail Mail e Soccer Mommy, l’indie di Jay Som è prettamente personale e questo, con molta probabilità, perché la ragazza questa volta ha curato anche il missaggio e la produzione. Inoltre, nonostante il fatto che Anak Ko sia stato registrato in casa, la profondità sonora la fa da padrona.
Fatte queste premesse, è nei brani che Duterte scopre le carte. Lo fa con chitarre scintillanti e testi leggeri ma non superficiali. Canzoni, quelle di Anak Ko, che rispecchiano il mood della copertina: un tramonto, ombre lunghe e una persona in equilibrio tra pop e malinconia, come l’apertura affidata a If You Want It, e con lo sguardo introspettivo che incrocia il folk (Nighttime Drive, in piena zona Mac DeMarco). Ma l’animo cangante di Jay Som è il suo biglietto da visita, per questo motivo il suo album contiene anche sterzate come Superbike, che si muove addirittura tra le pieghe distorte dei My Bloody Valentine.
Anak Ko è la dimostrazione che in giro c’è chi fa ancora indie senza rimanere incastrato negli stilemi degli 00’s. Non solo, è la testimonianza di un’artista in crescita esponenziale.
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