Recensioni

C’è una gemma sonora uscita negli ’70, per merito dei Gentle Giant, che si intitola Three Friends. Non è solo il titolo a fare da rimando, ma pur trattandosi di band che sono agli antipodi, tra il gruppo dei fratelli Shulman e i Japan ci sono delle analogie. Assimilabili solo dopo ripetuti e attenti ascolti, entrambi sono dotati di fisionomia musicale unica, hanno goduto di parziale successo e sono vissute un arco di tempo non troppo lungo (come tutte le cose più preziose), diventando oggetto di culto nei rispettivi ambiti, con pochi o nessun epigono per effetto di una endemica irriproducibilità.
David Sylvian, il fratello Steve Jansen, e Mick Karn, rispettivamente chitarra, batteria e basso, sono i tre amici a porre le basi dei futuri Japan. Si incontrano a scuola, e dallo stesso ambiente, arriva più tardi Richard Barbieri, in un primo tempo allontanato per scarsa operatività sul suo strumento, ma reintegrato dopo un periodo di apprendistato, altresì detto cinque mesi di compiti a casa sulle tastiere. “Eravamo tutti a scuola insieme, tranne Rob, che abbiamo trovato grazie a un annuncio su Melody Maker”, racconta Sylvian al fan club della band. Rob è Robert Dean, il chitarrista che si aggiunge al quadro nel 1975, allontano proprio dopo la realizzazione di Gentlemen Take Polaroids perché Richard Barbieri andava conquistando sempre più province in note del Japan e a quel punto per le centellinate intrusioni della sei corde bastava ciò che sapeva offrire David Sylvian.
In questa con/formazione a cinque, i Japan nel 1976 entrano a fare parte della agenzia di management di Simon Napier-Bell, figura eclettica del panorama musicale britannico dagli svariati talenti che andavano dalla scrittura delle parole per il successo più grande di Dusty Springfield – You D’ont Have To Say You Love Me, cover di Io che non vivo (senza te) di Pino Donaggio – all’avere fatto da manager e produttore agli Yardbirds supervisionando, e benedicendo, la venuta di Jimmy Page a continuare la tradizione dei grandi chitarristi della band che avrebbe dato i natali ai Led Zeppelin. Se Napier-Bell intuisce in anticipo il buono che c’è in quei cinque ragazzi che amano vestirsi nelle boutique per donna – “gli uomini non hanno stile”, secondo David Sylvian – e si acconciano i capelli che nemmeno i parrucconi alla corte di Re Luigi XV avrebbero azzardato, le label inglesi sono decisamente più miopi.
Tanto che è la berlinese Hansa-Ariola a offrire ai Japan il primo contratto discografico, nel 1977. Ne risultano due dischi nel 1978 – Adolescent Sex e Obscure Alternatives –, intrisi di glam d’accatto, che hanno nulla o davvero poco da tramandare – Communist China, …Rhodesia, Suburban Berlin: scelte oculate per Assemblage, l’antologia del 1981 della loro prima label, e The Tenant –, e nell’anno seguente Quiet Life, il primo album a entrare in classifica nel Regno Unito al n. 72, che preceduto dal singolo Life In Tokyo che non farà parte del disco, prodotto da Giorgio Moroder, devia in maniera decisa dal percorso intrapreso con i primi due titoli.
A scuotere le fondamenta dall’edificio Japan giungono il cambio di etichetta – finalmente l’inglese Virgin, anche se la Hansa promise di fare causa e la band fu liberata solo dietro una sorta di cauzione rappresentata dall’anticipo della label di Richard Branson – e il lavoro organizzato/gestito da John Punter (ben presto in conflitto con Sylvian) che aveva lavorato come sound engineer per Caravan, Procol Harum, UK, Nazareth, Sad Cafè tra i tanti, ma soprattutto nella veste di produttore per i Roxy Music (Country Life) e Bryan Ferry (Another Time, Another Place). Richard Barbieri: “Ovviamente c’è stata una decisione consapevole di seguire la strada dei Roxy Music. Probabilmente istigati da David, ma ovviamente con il totale consenso del resto di noi, poiché eravamo tutti fan dei Roxy.
Dopo il cambio di etichetta, nell’estate del 1980 i Japan furono mandati agli Air Studios di George Martin, sopra Oxford Street e prossimi a Piccadilly Circus. Fatti salvi My New Career e Taking Islands In Africa, il resto dei brani era stato in gran parte arrangiato e pronto per essere messo su nastro. “La prima cosa che registravo – ha detto Punter – era il sequencer di Rich. Il resto della band avrebbe suonato insieme a quello (…), e la voce è stata eseguita per ultima”.
Poiché Sylvian era cresciuto in autostima come autore e cantante, e stava aumentando il controllo sulle pratiche di studio, l’ego cominciava a occupare spazio fino a relegare gli altri in un angolo. Il musicista valutava i primi due dischi due macchie sulla fedina artistica, e dopo la realizzazione di Quiet Life aveva sempre più imposto la sua direzione e fatto della ricerca della perfezione una ossessione che generava malcontento. “Ci furono controversie tra me e Dave”, ha dichiarato Mick Karn. “Ci sono voluti giorni – ha proseguito – per registrare gli arrangiamenti del sassofono, e solo Dave sentiva qualcosa di sbagliato (…); in un caso Colin Fairley si è seduto pazientemente sulla sedia del tecnico registrando una parola da Methods Of Dance più e più volte per tre giorni consecutivi”. Rob Dean nel frattempo era stato messo ai margini.
Dopo una scorpacciata di tastiere, con l’avvento del Punk le chitarre erano tornate a essere la regina del rock in fatto di strumenti, ma all’inizio del nuovo decennio, inaspettatamente, gli avori benché utilizzati con ben diverso stile dai funamboli dei ‘70s avevano ripreso il sopravvento, e i Japan nonostante la loro unicità si stavano adeguando.
“Passavano settimane senza di lui (Dean) agli Air – ha ricordato ancora Mick Karn –; a ogni occasione per suonare la chitarra qualcuno chiedeva ‘Chiamiamo Rob e gli diciamo di venire?’, solo per sentirsi dire di non farlo, non ancora”. Rob Dean finì per suonare solamente su quattro brani degli otto che compongono Gentlemen Take Polaroids.
A metà delle sessioni di registrazione la tensione era tale che cambiare ambiente, si pensò, sarebbe stato di giovamento. I Japan e Punter, anch’egli in rotta con Sylvian, si spostarono dunque a The Townhouse, in Goldhawk Road, ma la decisione non sortì alcun effetto. Cambiando l’ordine degli studi, il prodotto non cambia: è la proprietà transitiva. Qualcuno ha detto che la musica è matematica e forse ha ragione.
Con sei brani firmati dal cantante, Taking Islands In Africa frutto dell’accoppiata Sakamoto/Sylvian, e la cover di Ain’t That Peculiar (registrata da Marvin Gaye ma scritta da Smokey Robinson, Bobby Rogers, Pete Moore, e Marv Tarplin, vale a dire i Miracles), senza considerare che comparendo sulla copertina da solo, sia su Quiet Life che Gentlemen Take Polaroids, era diventato l’immagine della band, non stupisce che David Sylvian si sia atteggiato a dittatore benché illuminato. Illuminato perché nonostante le pressioni sui compagni – “non sono mai stato così severo su cosa dovrebbero e non dovrebbero suonare”, ha detto –, e la personalità strabordante che si riversa sul mood che permea il disco, una delle qualità che rendono Gentleman Take Polaroids un lavoro tuttora vibrante è il grado di coesione e l’importanza riconosciuta a tutti i musicisti (tranne Dean spinto e destinato a lasciare a breve la band), che Sylvian – insieme a Punter – ha avuto la lucidità di riconoscere e lasciare intatta nella sua glauca evidenza in fase di post produzione.
Se Sylvian, finalmente trovata la magica sorgente alla quale si è abbeverato Bryan Ferry, come Achille della voce nello Stige, ha completato la trasformazione vocale e (r)aggiunto sfumature inimitabili, i Japan sono una macchina che viaggia sicura e prossima alla perfezione per merito della trazione 4×4. Steve Jansen, Richard Barbieri, Mick Karn sono fenomenali, in modo direttamente proporzionale alla disponibilità che mostrano nell’adempiere a ogni richiesta di un leader sempre più ingombrante. E allo stesso tempo un grande spot per l’educazione libera da pastoie: autodidatti vanno a orecchio, ma hanno talento e il sacro fuoco della musica li brucia. Le scuole, i corsi, i metodi, servono per incanalare la creatività, per intruppare i soldatini dell’arte che suonano, dipingono, dirigono, scrivono, avendo in mente e applicando le stesse regole. Non sono usciti da lì né usciranno in futuro da lì altri Japan.

Se Jansen getta solide fondamenta, Karn erige muri flessibili in grado di assorbire ogni tipo di onde d’urto, e Barbieri stende strati di colore diversi per ogni ambiente a diversificare il significato degli spazi, Sylvian arreda con mobilio intarsiato, decide la (tenue) luce, dove aprire una finestra tra le pareti.
Ammantato per lunghi tratti da brume crepuscolari, Gentlemen Take Polaroids offre suggestioni (involontariamente?) cinematografiche. Sylvian, nella sua ricerca estetica, si illumina di un fascino androgino più vicino a quello della star delle celluloide degli anni ’30 che ai coevi New Romantics tra i quali la critica frettolosa e distratta vorrebbe ingabbiare i Japan. Ma il cantante è sfuggente, non inquadrabile. Il vampiro nella ricostruzione più ambigua e affascinante, alla quale persino abbandonarsi; quello che il tempo e l’immaginario ha traslato dall’originaria creatura infernale per farne ambigua ma accettabile mitologia: Sylvian è il “vampiro” che aborrisce la luce del sole vivendo la notte dei concerti, rifugiandosi il giorno al riparo di studi di registrazione talvolta dislocati sotto il livello della strada, underground.
Il pallore esaltato dalla cipria, gli occhi cerchiati di scuro, i capelli bianchi da “antico” (non vecchio, i vampiri non invecchiano), la voce vellutatamente spettrale, tra deliquio e sofferenza, ipnotica, e attraente come un magnete. L’eleganza nobile (da conte Dracula), fuori tempo. La gelida impassibilità. La certa impossibilità (di essere un artista comune).

Se dalla copertina di Quiet Life, Sylvian sembrava entrare nella nostra realtà come (vampiro e/o alieno) da un’altra dimensione, la cover di Gentleman Take Polaroids è d’altro canto il sorprendente anticipo di Blade Runner, il capolavoro di Ridley Scott. Quella pioggia che sembra incessante, un fulmine posticcio che pare più un neon, la giacca di pelle vestita da Sylvian (i replicanti chiamati “lavori in pelle”) e il suo make-up così simile a quello di Pris; infine la fascinazione per il paese del Sol Levante: ce n’era a sufficienza per fare dei Japan ciò che Michelangelo Antonioni aveva realizzato con gli Yardbirds per Blow Up. Nella “futura” Los Angeles del 2019, quasi colonizzata dall’oriente, un cameo dei Japan sarebbe stata la ciliegina sulla torta (ma si erano già sciolti). Non solo. L’introduzione di Swing, lunga parte di Burning Bridges, i backing vocals di Methods Of Dance, il vaporoso stantuffare elettronico di Taking Islands In Africa, non sono così distanti dal mood che ammanta la straordinaria colonna sonora di Blade Runner (senza per questo volere alludere che Vangelis abbia “sottratto” qualcosa ai Japan, benché in quel periodo vivesse a Londra).
Ma per tornare alla verità assodata, l’unica canzone che non fluisce del tutto dalla penna di Sylvian è Ain’t That Peculiar, la seconda cover targata Motown dei Japan (l’altra è I Second That Emotion, uscita su singolo Ariola/Hansa nel 1980 e Hansa nel 1982, incisa in origine ancora da Smokey Robinson And The Miracles). Una sorta di ricordo d’infanzia, un déjà vu che risale ai tempi nel quale il cantante era bambino e i dischi in casa erano quelli dei musical comprati dai genitori, insieme alla collezione Motown della sorella maggiore. Richard Barbieri: “Se avessero ascoltato la nostra versione scommetto che sarebbero rimasti piuttosto scioccati. (…) Penso che sia la traccia più strana dell’album”.
Nonostante l’estrema “peculiarità” delle versione di Ain’t That Peculiar, è davvero difficile stabilire quale sia la canzone più “strana” di Gentleman Take Polaroids. Se il brano omonimo e Taking Islands In Africa che inaugura la lunga e fruttifera collaborazione di Sylvian con Ryūichi Sakamoto (: “Il suono era molto diverso dal resto del materiale, piuttosto diverso dai Japan”), e rappresentano gli episodi più vividi del disco (“strani” perché in controtendenza all’elegante decadenza che domina), oppure Swing percorsa dai rantoli più otherwordly di Sylvian e dai singulti di Karn al sax. O chissà che la palma come pezzo più “strano”, a ben guardare/ascoltare, non possa invece andare a una tra le classicheggianti (in modo diverso tra loro) e accorate Burning Bridges – eseguita dal solo Sylvian, eccezione fatta per la breve introduzione di Barbieri e il sassofono di Karn – e Nightporter – suonata a quattro mani (Sylvian + Barbieri): “Credo che uno di noi suonasse gli accordi e le parti basse e l’altro le linee superiori”, ha ricordato il tastierista.
La prima un olio (on canvas) elettronico dalle pennellate spesse e accese; l’altra acustica e ispirata da Il portiere di notte di Lilliana Cavani (1974), poiché Sylvian era un consumatore di film e ammirava l’attore inglese Dirk Bogarde, mentre musicalmente canto & note sono fissati in un tempo immortalato, come insetti prigionieri di una malinconica ambra: “Sicuramente – ha dichiarato Sylvian – sono stato influenzato moltissimo da Satie, ma l’ho prosciugato dopo Nightporter”. Perfino My New Career, composta interamente in studio, potrebbe competere per la corona di canzone più “strana”: per lo meno per il senso profetico che si può affibbiare al titolo, dato quello che sarebbe accaduto di lì a poco (lo scioglimento dei Japan e l’inizio del viaggio in solitaria di Sylvian).
Pubblicato il 7 novembre 1980, Gentlemen Take Polaroids in UK raggiunse un modesto n. 51 nelle classifiche di vendita, curiosamente ottenendo lo stesso risultato in Giappone, dove i Japan avevano cresciuto un fedele seguito già da tempo. I singoli estratti non ottennero migliore riscontro. Ciononostante si tratta del più grande successo fino ad allora nel Regno Unito, anche se l’album avrebbe impiegato altri sei anni per diventare Disco d’oro. Come spesso poco attenta alle voci più originali, la critica non concesse grande attenzione né a Gentlemen Take Polaroids né ai Japan che guadagnarono solo la copertina di Smash Hit, un magazine per adolescenti, forse grazie alla furba “chiacchiera” di marketing che voleva David Sylvian come “l’uomo più bello del mondo”.
Se non avete il disco e siete indecisi sulla edizione, merita attenzione la ristampa in CD del 2003 contenente tre bonus. The Experience Of Swimming di Richard Barbieri e The Width Of A Room firmata da Rob Dean, entrambe registrate durante le session di Gentlemen Take Polaroids, e Taking Islands In Africa (Steve Nye Remix). Ovviamente sono i primi due brani, entrambi strumentali, a essere di interesse.
Richard Barbieri: “Avevo già scritto le basi per The Experience Of Swimming e mi sono concesso un po’ di tempo in studio per conto mio. Ho registrato tutto nel piccolo studio 3 dell’Air con la mia attrezzatura sistemata dietro il mixer. Mick ha suonato un po’ di oboe nella sezione centrale”. L’andamento è quello del brano onirico e ipnotico, quattro minuti di bracciate sott’acqua. Si potrebbe accostare a Burning Bridges, benché il feeling sia di genere opposto e abbia effetto quasi rilassante. È sorprendente, invece, la somiglianza a quanto faceva nello stesso periodo, partendo dall’aprile 1979, Andy Partridge degli XTC pubblicando una serie di sei brani strumentali, “sperimentali”, pubblicati come B side e “raccolti” col sottotitolo di Homo Safari Series, numerati (oltre allo specifico titolo di ognuno) appunto da 1 a 6.
The Width Of A Room si pone nella stessa categoria. Altra piccola perla, dall’atmosfera questa volta sinistra, sarebbe stata – o è, perché non perde di smalto a 53 anni dalla registrazione – la perfetta sigla introduttiva/finale per una serie TV mistery/thriller/horror. La dimostrazione che Rob Dean è stato allontanato senza motivo (se consideriamo il lato artistico della faccenda).
I Japan al tempo di Gentlemen Take Polaroids sono diventati adulti. David Sylvian più di tutti. A un passo dal capolavoro (Tin Drum) che li certifica come una delle band più originali e meritevoli di plauso degli interi anni ‘80. E a due, purtroppo, dalla fine di una indimenticabile avventura troppo breve.
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