Recensioni

Mirrorwriting, esordio del buon Jamie, nel 2011 ebbe il successo che era assolutamente ovvio aspettarsi; perfettamente inserito nel filone post-dubstep – o electro-r&b, o comunque si voglia chiamarlo – tanto in (ab)uso al tempo (e ancora oggi), strizzava l’occhio alle tendenze più in voga nel Regno Unito senza perdere mai di vista né una certa qualità di scrittura/interpretazione né una ammiccante furberia molto cool: tra James Blake e i Darkstar, con un singolo (Night Air) co-prodotto da Burial e tanta smoothness, era papabile come disco dell’anno tanto dall’hipster elettrofilo made in UK quanto dalla massaia che stira con il Greatest Hits di Julio Iglesias a palla.
Dopo un primo disco strombazzato il giusto e comportante l’inevitabile corollario di dubbi/aspettative – meteora destinata ad un veloce oblio o nuovo nome pronto a seguire Blake sulla cresta dell’onda nu-r&b – ecco che Jamie sparisce senza lasciare traccia per ben quattro anni, un lasso di tempo che nel mercato musicale in questi frenetici tempi moderni è davvero un’eternità. Il sophomore Making Time arriva quindi un po’ in sordina, e suona altrettanto in punta di piedi.
Chi si aspettava una pausa così lunga dovuta a cali d’ispirazione ora che l’humus musicale in cui il debutto di Jamie s’inseriva sembra con il fiato corto era probabilmente in torto, dato che questo nuovo capitolo nulla ha a che spartire con sintetiche morbidezze nu black: l’elettronica, salvo qualche minimale e sporadico inserto, è completamente abbandonata a favore di una strumentazione live tra percussioni, basso, piano, qualche vaga chitarrina ed occasionali fiati; coretti, falsetti, batteria perennemente spatolata e chili su chili di groove e soul. Il cantante di origini cino-malesi riparte dalla propria voce e da profondi radici funk, per una ballabilità black sensuale e sussurrata, omaggi a Marvin Gaye e qualche perdonabile gheggheria alà Michael Jackson.
Occorre dunque lasciare da parte ogni discorso che verta su mode e tendenze all’interno del mondo elettronico anglosassone, perchè Jamie per primo sembra volersene tirare fuori completamente, smettendo vesti e velleità da producer e abbracciando completamente un approccio da cantautore e interprete un po’ “fuori dal tempo” focalizzato unicamente sulla qualità delle proprie canzoni (nel primigenio senso del termine); volontà che era già intuibile (col senno di poi) dalla nudità delle sue esibizioni live, spesso ridotte alla sincera intimita artistica e domestica del sempre eterno tandem chitarra acustica-voce. Non era una meteora e nemmeno un “altro Blake”, ma forse semplicemente qualcosa di diverso e meno legato alle contingenze di allora.
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