Recensioni

6.8

Non aspettatevi di trovare in questo Tracks From The Crypt le ragioni che han reso Jamie Jones uno dei producer/DJ più acclamati del momento. Quelle stanno da un'altra parte, nel feeling a pelle che si instaura nei suoi set vigorosi ma mai aggressivi, nella scelta di un rapporto di fiducia basato su groove e funk, nel modus operandi old school che si focalizza sull'essenziale e non esagera mai. Di tutto questo, se proprio non avete la possibilità di assistere dal vivo ai dj-set, potreste farvi un'idea con uno dei suoi tanti mix (FabricLive.59 per dire) o al massimo coglierne il lato più intellettivo col precedente Don't You Remember The Future, che nel 2009 lasciava circolare bene il suo noto ventaglio di umori, spinte e gentilezze.

Il nuovo full-lenght dato alle stampe da Crosstown racconta invece una storia diversa. Una raccolta di dodici lost tracks realizzate dal 2007 al 2012 che è un percorso a tema, dove il superfluo vien messo da parte e a risaltare sono i pattern fondanti della deep per club: una cassa dura e intransigente a cui potrebbe non servire nient'altro (come la Chicago vecchia scuola, vedi Frequencies) e una collezione di bassline fluide e agitate che valgono ogni watt dell'impianto (fenomenali i giri a passo lungo insieme agli Art Department in Our Time In Liberty e la vibrazione che afferra allo stomaco in Over Each Other).

La costante è l'assetto purista e minimale che valorizza l'inserto occasionale, sempre pescato dal bagaglio classico, quindi i diva vocals di Somewhere, i funk flavours di Stems From Hackney e, perché no, i bleeps in trance di Tonight In Tokio. Nel complesso abbiamo un Jamie più manierista che mai e un set di pezzi dritti fondamentalmente tagliati per la pista. Solo una la traccia che spezza lo schema: Special Effect, con una voglia di trovare lo spunto melodico che ti riporta agli '80, quando era il pop elettronico a dare la spinta per gli sviluppi house/techno e dalle pesanti eredità di gente come D.A.F. e Depeche Mode si passava alle invenzioni di Cybotron e Technotronic, sempre sotto la supervisione paterna dei Kraftwerk. Un unico tuffo al cuore, circondato da quintalate di quel mestiere che fa piacere sentire dai numeri uno. Regolare.

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