Recensioni

Lo studio di Yorkston è uno sgangherato loft, originariamente utilizzato per riparare le reti dei pescatori, e ora riempito di strumenti antichi che James ha raccolto durante la sua vita di musicista. L’album è stato quasi interamente registrato da James stesso, nel piccolo villaggio di pescatori scozzese di Cellardyke, dove vive. Si tratta di un disco folk scozzese moderno, intensamente silenzioso e silenziosamente intenso. A cinque anni di distanza dall’ottimo The Cellardyke Recording and Wassailing Society e dopo due pubblicazioni condivise con Jon Thorne e Suhail Yusuf Khan, ritroviamo il cantautore scozzese alle prese con un album intimo e ispirato che sancisce il ritorno a una dimensione di scrittura sempre più solitaria e personale fatta di malinconiche ballate folk e oscure confessioni declinate come impetuosi spoken word. Tracce intriganti che accompagnano, con drammatico lirismo, la voce sempre più dura di Yorkston nel delineare personaggi in fuga emotiva attraverso pozzanghere di autoharp, chitarre e strumenti tradizionali.
Il lavoro è stato prodotto dallo stesso musicista in collaborazione con David Wrench (che ha lavorato, tra gli altri, per i Bear In Heaven, Bat For Lashes, Beth Orthon, Caribou, Four Tet, Frank Ocean) ed è stato descritto dal cantautore scozzese come un lavoro che «parla della vita, della mia famiglia, di casa e dell’essere distante dalla famiglia durante i tour… ma c’è anche qualche riferimento agli amici che se ne sono andati». The Route to the Harmonium – nella sua costante ricerca della pace – è un album in lotta con se stesso, gioca con le credenze silenziose di un folklore perduto, vibra con purezza, si impegna per la pazienza di chi ascolta senza pregiudizi.
Your Beauty Could Not Save You, con quelle percussioni dylaniane e le tastiere a incorniciarne la melodia, è un flusso di coscienza di straordinaria bellezza e incredibile equilibrio, quasi l’esercizio perfetto di un funambolo. Il talento nel dosare parole e suono rimbomba nello spoken word appassionato di The Irish Wars of Independence, un mondo lontano nel tempo e nello spazio col suo bagaglio di sperimentalismo irlandese e nostalgia dei ricordi giovanili. Il classicismo di Like Bees to Foxglove sanguina di una quieta potenza, mentre i fiati tentano di trasformarla in un groviglio di jazz da camera, un’intenzione che ritroviamo nel dramma cinematografico di Shallow, che con foga emotiva medita sugli affetti perduti, sul tempo che corre più veloce dei pensieri. L’insidia si annida nell’elettrizzante e impetuoso spoken word di My Mount Ain’t No Bible, baricentro dell’intero disco e di sicuro una traccia che posiziona Yorkston fra i grandi che sanno quello che fanno: non cade nel trucchetto ingannevole dei mille strumenti aggiunti a caso ma dona vita a una piccola grande composizione fatta di trapani, autodistruzione sonora, percussioni selvagge e lirismo schiacciante perfetti nel loro dialogo militaresco. L’incontro notturno e tesissimo fra i Tindersticks e Robert Wyatt. Dall’omaggio primaverile e sommerso a Nick Drake con Oh Me, Oh My, al viaggio al termine della cacofonia di Yorkston Athletic, un incendio strano e operistico pieno di contrabbasso, organi e fiati.
Il suono di una casa, di un artigiano indisturbato: sembra di vederlo Yorkston intento a sovrapporre tracce di voci e chitarre, aggiungendo la celesta poi l’armonium, l’autoharp e poi la nyckelharpa, come un tavolo che prende vita da ceppi di legno, dal martello, dai chiodi, dalla sega. Il passato e il presente, ciò che si ricorda meno e i profumi del futuro, si fanno filo conduttore di The Route to the Harmonium, un disco che parla di chi è andato via ma riguarda soprattutto noi, che siamo rimasti indietro, appesi, a un’armonia lontana.
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