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Con il fuoriuscito Bill Ryder-Jones avviato verso una carriera solista di tutto rispetto e per certi versi anche coraggiosa – all’attivo ottime uscite come If… e l’ultimo A Bad Wind Blows In My Heart -, anche il James Skelly front-man dei Coral decide che è arrivato il momento di lavorare in autonomia. E così, accantonata per qualche tempo la parabola artistica della band inglese, il Nostro se ne esce con un Love Undercover che spariglia un po’ le carte senza rivoluzionare poi molto.
Innanzitutto rimane intatta e ben in vista la vena pop della band madre – non disperino i fan di vecchia data, qui c’è pane per i loro denti -, poi si aggiusta il tiro per seguire passioni giovanili mai sedate: il suono R&B nero anni Sessanta, ma anche tutto l’immaginario classic rock americano dei Seventies. Da questa copula senza protezioni nasce un disco rotondo e formalmente impeccabile, presentato da un trittico d’apertura che toglie il fiato: la You’ve Got It All scritta a metà con Paul Weller è un beat Motown su soul bianco trascinante, Do It Again è un boogie-blues con tanto di slide guitar che più classico non si potrebbe, Here For You ricorda il Van Morrison meno psichedelico e più melodico. Il resto della tracklist non è sullo stesso livello, pur suonando godibile e mostrando qualche buona intuizione in una Sacrifice che porta dritto a Tom Petty & The Heartbreakers, nel reprise The Coral di Searchin’ For The Sun e I’m A Man (con qualche aggiustamento a tema, ovvero una ritmica country nel primo caso e certe trombe mariachi nel secondo), in una You And I che non sarebbe dispiaciuta agli Eagles più ispirati e in una Turn Away a metà strada tra gli Stones di Some Girls e l’Eric Clapton di Wonderful Tonight.
Bei suoni, belle melodie, qualche ottimo brano, un notevole potenziale FM, ma soprattutto la voglia di fare propria, con un lavoro certosino, una calligrafia che nel caso di James Skelly non lascia molto spazio all’immaginazione. È tutto qua, Love Undercover, e sono tutti qui i suoi difetti. Il più grosso, il fatto che sulla lunga distanza, a guardarlo con un piglio un po’ smaliziato, non mostri sbavature da manifattura artigianale, attriti o magari personalizzazioni che ne garantiscano una certa vitalità. Tutto troppo prevedibile? Forse sì, ma in giro c’è decisamente di peggio.
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