Recensioni
James Senese / Napoli Centrale
O’Sanghe JNC - Napoli Centrale
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Antonio Lamorte
- 5 Agosto 2016

Nel 1985, nel Requiem per Pasolini, Roberto De Simone pensò al suo sax come alla tromba dell’angelo che sveglierà i morti il giorno del Giudizio Universale. Una parte metafisica e sacerdotale della quale James Senese sembra aver conservato qualcosa. La prova è O’sanghe, suo ventesimo album, pubblicato a quattro anni di distanza da È fernut o’tiempo.
Se è superfluo evidenziare come i 50 anni di carriera alle spalle e i 70 all’anagrafe del sassofonista napoletano diano al lavoro una maturità tangibile, è meno banale sottolineare come i toni si siano smorzati e i suoni arrotondati. La sofferenza del mondo e l’emarginazione degli outsider non è più urlata con tutto il fiato come in passato, ma raccontata con suoni più rotondi e parole meno violente. Il sangue di questo album è quello che si perde, quello che si sacrifica, quello che si butta, ma anche quello che si dona. La voce calda e provata dell’uomo in blues Senese suona allo stesso tempo come invocazione e come denuncia della disumanità del mondo. Dal Medioriente che «sta bruciann’» ai muri alzati contro la solidarietà, passando per il traffico di uomini nel Mediterraneo, James pesca dall’attualità e non può che fraternizzare con chi soffre («Ij can nun so’ nat’ajer/saccj’ cumm’è amar’o’ppan/e’chi pe famm va luntan»). Perché, in un certo senso, viene dal mare anche lui. Sebbene le sue siano le acque dell’oceano attraversato dai militari americani che occuparono Napoli agli sgoccioli della Seconda guerra mondiale. Una dominazione che importò i vinili del blues e del jazz che avrebbero folgorato il nero napoletano; il figlio di un soldato statunitense di colore, di una giovane napoletana e della guerra, che sarebbe diventato poi padre del Neapolitan power.
Prima del ritmo allegro e incalzante di Addo’vaje, decima e ultima traccia, l’album va snocciolandosi come una lunga preghiera. A partire dalla sentita dedica ai migranti Bon Voyage, («e ti pigliano pe pazzo/quann ricj’ sti parol/simm’tutt frat e sor») come nella title-track («come faccio a te pregà/si tu nun scinn’ a ce salvà»). In Addo se va compare invece Papa Francesco, un predicatore nel deserto dell’indifferenza di chi chiude gli occhi davanti al dolore. Sulla chitarra funk di Mille Poesie ricompare il personalissimo scat del partenopeo, mentre in Portame cu’tte un fraseggio elettronico accompagna versi di solidarietà («Puorteme cu’tte/si so’ mazzate e’ piglio insieme a te»). Sull’incalzante ritmo reggae di Povero Munno, accampati sotto un ponte o sul ciglio di una strada, una mamma e un figlio aspettano che passi dio. È la povertà e l’attualità del mondo che racchiudono il senso di attesa e di provvidenza di tutto l’album.
Fusion, jazz e funk si fondono lungo un disco che rintraccia in John Coltrane, Miles Davis e nei Weather Report gli stabili punti di riferimento di Senese. Ad accompagnarlo in questo lavoro ci sono i fedeli Napoli Centrale, con Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso, Fredy Malfi alla batteria e il ritorno ai tamburi e ai testi del co-fondatore della band Franco Del Prete. Il ritratto tribale di Senese nell’artwork a cura di Tomaso Perino, Stefano De Silva & Renata Castaldo riprende l’anima dell’album, autentica e nera come il suo protagonista. Un lavoro che aggiunge un nuovo bellissimo capitolo ad una carriera già epica.
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