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Pubblicato il 29 gennaio 2021, Terminus è il terzo capitolo della tetralogia Four Pieces For Mirai inaugurata da Requiem For Recycled Earth e proseguita con Neurogeist. Stiamo parlando di James Ferraro, poliedrico e prolifico artista statunitense, noto ai più per aver dato alla luce nel 2011 Far Side Virtual, padrino riconosciuto della nascente scena vaporwave.
Dieci anni dopo quel mondo fatto di tastiere midi plasticose, melodie asettiche e sample di Skype, Windows e dintorni, Ferraro è ancora suggestionato da scenari cibernetici e paesaggi fieramente e ostentatamente digitali. D’altronde, la tecnologia è rimasta al centro della sua musica in questi due lustri, durante i quali il Nostro si è sforzato di compiere il salto da producer a compositore, o meglio narratore in suoni della nostra epoca – una narrazione perturbante perché costruita intorno a palette sonore spesso e volentieri passatiste, col cortocircuito temporale che ne consegue. Ogni album di Ferraro è un commentario sociale sul reale tragicomico in cui siamo immersi. Far Side Virtual inaugurava su larga scala il discorso musicale su capitalismo delle piattaforme, ubiquità delle interfacce, corporation, non luoghi 2.0 e saturazione tecnologica. In seguito, il focus si è spostato sugli inferni dei viventi da un lato e dall’altro degli Stati Uniti, spingendosi ad azzardare una soundtrack per l’umanità.
Cosa ci riserva il Ferraro del 2021? Come facilmente intuibile dall’artwork di copertina, gli umori di Terminus hanno ben poco a che spartire con le composizioni zuccherine proto-vapor. Le quattordici tracce che compongono questo lavoro, senza titolo ma con progressiva numerazione in numeri romani, oscillano tra la ferocia ritmica con beat che superano i 160 bpm e un’architettura melodica fatta di tappeti di synth dal taglio epico e corale, in una zona grigia in cui vien meno il confine tra paesaggi sonori distopici e sacralità solenne. Ciò è dovuto anche, e soprattutto, alla compresenza in molte tracce di queste due anime di Terminus, ipercinetica e asfissiante quella ritmica, di ampio respiro e sinistramente ammaliante quella melodica.
Il risultato finale riesce bene a trasmettere il rapporto perverso alla base dell’odierna società ipertecnologizzata, in cui il bombardamento di informazioni, immagini, dati, è qualcosa cui ci sottoponiamo volontariamente e ad un tempo rifuggiamo, intrappolati – e/o inebriati – in un circolo vizioso senza uscita apparente. Nelle trame sonore di Terminus, le cui tessiture spudoratamente digitali suonano in qualche modo primordiali e poco levigate a livello timbrico e di sound design (e vien da chiedersi se sia una scelta stilistica voluta, sorta di cyberpunk 3.0 con synth trance e sferzate percussive a metà tra il metal e la gabber al posto delle chitarre e le urla del punk che fu), si percepisce, indomito, tutto lo stridore fra la distopia del tramonto dell’Occidente, e la beatitudine nichilista che ne è causa e conseguenza.
Uscito allo scoperto nei giorni in cui fra gli addetti ai lavori imperversano riflessioni ex-post sulla futuromania, James Ferraro ci scaglia senza mezze misure in un carosello musicale feroce e soave dove a imperare è la scheggia impazzita del presente.
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