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A pochi mesi dalla collaborazione con i Messthetics, James Brandon Lewis torna su ANTI- con Apple Cores, e ancora una volta sorprende. Se Jesup Wagon (2021) era un affondo cameristico e concettuale e Eye of I (2023) un colpo diretto e viscerale, segnato da influenze noise e punk, il nuovo lavoro risvolta ritmo e groove in un dialogo tra spiritual jazz, hip-hop e funk. Ancora un trio, ma con una formazione diversa: accanto al sassofonista torna Chad Taylor alla batteria e mbira (già presente su Jesup Wagon), mentre a completare l’organico c’è Josh Werner, bassista e chitarrista dal tocco versatile, cresciuto nell’orbita di Bill Laswell… e si sente.
Il titolo richiama la rubrica che Amiri Baraka curava per DownBeat negli anni ’60, ma l’album respira con il fiato libero di Don Cherry. Lewis smonta e riassembla il linguaggio del trombettista, giocando con i titoli dei brani come criptogrammi che ne evocano la traiettoria musicale.
Registrato in due sessioni interamente improvvisate, Apple Cores si muove tra tensione e rilascio, materialità e spiritualità. Apple Cores #1 apre intersecando dub e bebop, con il basso angolare di Werner, la batteria hip-hop di Taylor e le nervose figure di sax di Lewis a settare l’umore dell’opera. All’opposto, Prince Eugene sospende il tempo in una dimensione spirituale, con l’mbira che aggiunge un’ipnotica profondità africana. Sono pensieri a notte fonda, proprio come quelli che attraversano Remember Brooklyn & Moki, omaggio a Moki Cherry e al periodo newyorchese di Don. E così fa Five Spots to Caravan, doppia citazione che intreccia il Five Spot, il locale in cui Cherry e Ornette Coleman esordirono nel 1959, e il Caravan of Dreams, centro per le arti performative della natìa Fort Worth, Texas.
Dopo l’acclamato Jesup Wagon e il viscerale Eye of I, Lewis continua ad abitare i futuri di un passato lontano. Apple Cores è il manifesto di un artista che vede nel jazz non una forma chiusa ma un campo d’azione aperto, pronto ad accogliere nuove energie e linguaggi. E se c’è una lezione che Don Cherry ci ha lasciato, afferma il sassofonista tenore, è proprio questa: rimanere curiosi.
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