Recensioni

Secondo la regola non scritta (per non dire inventata) che sempre di più aleggia intorno ai film del Marvel Cinematic Universe, quando un titolo è molto atteso deluderà e se è, al contrario, sottovalutato, allora facilmente potrebbe rivelarsi una lieta sorpresa. Bella regola, eh? Vi suona famigliare? Gli studios de La Casa delle Idee ci hanno fatto un film su misura, si chiama Thunderbolts* (l’asterisco è molto importante).
Quella diretta da Jake Schreier è infatti una pellicola che del suo essere underdog ne ha fatto un’immagine talmente attraente da decidere ad un certo punto di non dover nascondersi più, mostrando il suo piatto forte (vedi alla voce “”Bob”) nell’ultimo trailer, anche se giocando, intelligentemente, su una regola (questa piuttosto vera e anche piuttosto controproducente) che voleva gli ultimi capitoli Marvel svelare tutte le carte anzitempo.

Sentore di un’operazione razionale e consapevole di quali siano i suoi punti di forza, del momento di crisi che sta vivendo l’Universo in cui si va (“ho un vuoto dentro di me”) a inserire e soprattutto (sottolineiamo soprattutto) di cosa vuole essere e come vuole arrivare ad esserlo. Quello che questo film vuole essere è la genesi degli Oscuri (o Nuovi) Vendicatori e vuole esserlo da remake del primo Avengers.
Una scelta giusta e funzionale, anche se non particolarmente rivoluzionaria, intendiamoci. Dal punto di vista prettamente storico questa trovata strutturale è una goccia in un oceano di rifacimenti ufficiali, ufficiosi, non voluti e accidentali così ampio che potremmo perderci il resto della giornata. Non vi preoccupate, eviteremo di avventurarci in qualcosa del genere. Siamo molto indaffarati tutti in tempi come questi.

Ecco, i tempi come questi sono proprio ciò di cui parla Thunderbolts*. Tempi come questi che ci costringono a una vita fatta di continui impegni che però spesso, invece che ricaricarci, finiscono con lo svuotarci con la scusa della distrazione. Tempi che mascherano una solitudine imperante senza risolverla. Tempi talmente letali da mietere anche vittime illustri come Yelena (Florence Pugh), ormai persa nel vortice della vita “impiegatizia” (il lato oscuro del capitalismo) che non fa altro che riempirla di un vuoto cosmico (sempre lui). Vuoto che ha deciso di fuggire comunicando alla sua capa, la contessa Valentina Allegra de Fontaine (Julia Louis-Dreyfus), che vuole chiudere con la vita della mercenaria per ricominciare da capo. Trattasi in realtà di un piano B, visto che papà Red Guardian (David Harbour) non ne vuole sapere di riconnettersi con la realtà.
Il prezzo per ricominciare fissato dalla mefistofelica wanna be Nick Fury (e non è che Nick Fury fosse poco mefistofelico già di per sé) è la più classica delle ultime missioni che condurrà la nostra giovane e depressa antieroina all’interno di un enorme cestino dell’immondizia per prove “compromettenti” super blindato. Alcune di queste cose scartate però potrebbero rivelarsi invece ancora estremamente utili. Utili per chi però è un altro discorso tutto da verificare.

Thunderbolts*, nel raccontarci i suoi protagonisti, parla di noi (cosa che l’MCU non riesce a fare da un po’) e del mal di vivere che invade la nostra società. Lo stesso che ci fa finire ostaggi del senso di colpa, che ci fa sentire impotenti, sbagliati, malati e che ci fa provare il bisogno di essere sempre in fuga da noi stessi, che sia tramite il lavoro o scrollando i nostri smartphone. In questo la pellicola è anche chiusa, grave, circoscritta, contrapponendo il dinamismo dei protagonisti espresso nelle scene d’azione con la costrizione degli spazi, che sono ostili, spesso quasi vetusti. Il loro sembra un mondo dopo il mondo. Forse è così. In ogni caso il suo è un punto di vista intelligente per ripensare il primo film dei Vendicatori e in genere la lezione di Aldrich e Sturges.
Essere eroi , oggi più che mai, vuol dire prendere atto di chi si è. Un gesto di dolorosa consapevolezza (la parola chiave dell’intera operazione, come detto sopra), ma l’unico in grado di spostare gli equilibri in un contesto in cui vige la farsa, di fronte alla quale in passato si è deciso di mettere la testa sotto la sabbia o si è provata qualche soluzione piuttosto superficiale per rilanciarsi. Ma perché guardare all’esterno quando “la dittatura è dentro di te”? Diceva il poeta.

Quando è l’oscurità a definirci allora la cosa più giusta è addentrarsi al suo interno, dopo tutto essa è ciò che ci unisce, che permette di riconoscersi guardandoci negli occhi. In questo caso tanti occhi perché, oltre a quelli i già citati, ci sono anche quelli dell’US Agent di Wyatt Russell, il Ghost di Hannah John-Kamen e il Bucky Barnes di Sebastian Stan, quest’ultimo paradossalmente il più approssimativo. A rubare la scena però una Florence Pugh in forma smagliante, che alla sua Vedova Nera regala una credibilità che fa pensare ai fasti delle interpretazioni passate.
Il personaggio chiave è però quello il Sentry di Lewis Pullman, lui è il simbolo della lotta intestina con cui deve fare i conti il nuovo eroe, che si deve misurare con la propria profonda, schizofrenica imperfezione, la stessa che gli impedisce di essere all’altezza di un modello valoriale (una “favoletta”) oramai decaduto. Il più thunderbolt tra i Thunderbolts*. Una base sgangherata da cui ripartire? Sì, aspettando il team più atteso (sperando però che la regola non scritta non si riproponga).
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