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Non si fa molta fatica a capire perché testate come Rolling Stone e NME abbiano tessuto le lodi di Jade Bird fino ad ora, con la sua offerta che si propone di sbaragliare la concorrenza nel campo di quel pop radiofonico che nei primi Duemila vedeva troneggiare Alanis Morrisette (nome spesso accostato alla giovanissima cantautrice londinese) e che oggi è stato contaminato da un’aura accuratamente dannata, si pensi allo xanax pop di Lana Del Rey et similia, o da una propensione al rock più puro oggi in grado di rilanciarsi al meglio grazie agli esperimenti di Julien Baker e del supergruppo boygenius. Classe 1997, con un’infanzia divisa tra Stati Uniti, Germania e Regno Unito (sponda Galles), a otto anni suona già pianoforte e chitarra, con le prime composizioni che arrivano a 12, mentre a 16 è già presenza fissa tra i locali della capitale inglese, quindi di certo la Nostra sa bene il significato del termine “gavetta”.

Le impressioni di una vita frammentata tra un luogo e un altro sono ben rintracciabili quindi nel suo esordio, che rispettosissimo della tradizione britannica porta il suo nome. Il primo lavoro lungo, che giunge a due anni dall’EP Something American, solidifica l’ispirazione variegata, che rimbalza con una naturalezza invidiabile dal country al folk, dal pop al rock, con venature blues qui e là; merito di una scaletta ben calibrata, composta da singoli apripista (Ruins e Lottery, astutamente posizionate come incipit), da inni che ben riassumono l’intera operazione (My Motto), da passaggi più introspettivi ma mai pesanti (Does Anybody Know). Su tutto aleggia la produzione di Simone Felice (Felice Brothers e già producer per Lumineers e Bat For Lashes), il cui compito è quello di gestire un talento in erba, pieno di cose da dire, dotato di un carisma da smussare, di una direzione da trovare, senza star lì troppo a pensare a questo o a quel modello di riferimento (che pure non mancano).

A sorprendere è la padronanza del ritmo, privo di momenti di stanca, che piazza i colpi più grintosi proprio quando nota una certa flessione verso il basso (a metà scaletta è Uh Huh a far impennare l’emozione), per poi servire su un piatto una maturità che non ti aspetti da un esordio, con quella 17 che guarda a un’età emblematica per tanto cantautorato indie (si pensi alla recente Seventeen, dai connotati più vissuti di Sharon Van Etten). E si riparte con la giostra, dove il singolo Love Has All Been Done Before risetta il mood su toni più Morissette friendly, e con la cavalcata country di Going Gone. A chiudere il sipario, per il momento e con la promessa di un ritorno non troppo distante nel tempo, il sigillo di If I Die, giustapposto in chiusura come a rimarcare l’autenticità di una voce e di uno sguardo forti (anche se non propriamente originali), uno smarcamento e insieme una sintesi di un indie che è ormai mainstream.

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