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In un’intervista recente, Randy Newman parlando dell’America odierna citava Jackson Browne come esempio di musicista dei Settanta/Ottanta sempre coerente con le sue battaglie progressiste (ecologiste e politiche), al quale non è mai importato più di tanto di conquistarsi un posto al sole e di costruirsi una “carriera” solida economicamente. Proprio in questo consiste la chiave di lettura del personaggio, songwriter popular che a metà ‘60 regalò alla musa Nico la sua These Days, per poi proseguire come autore, e in proprio sulla strada di un visionario rock-folk intriso di hippismo ed impegno politico e sociale. Carriera proseguita, dopo i fasti, in un onesto percorso che continua fino ad oggi. Mancava da 6 anni (The Naked Ride Home era del 2002), se si escludono due live riassuntivi di carriera, registrati in tour acustici (usciti nel 2005 e 2008); Time The Conqueror prosegue sulla scia degli ultimi, attestandosi sul songwriting che ci si poteva aspettare, e che procede senza scosse né particolari picchi, sempre attento al commento sociale e tagliente nei confronti dell’ultima amministrazione americana. Fra pop rock e sussulti country-eggianti, pigri sapori southern, ballad e pezzi più sostenuti, l’album passa e va, mentre si riflette sul tempo che passa e sull’utilità di alcuni testimoni necessari del passato. Disco per reduci, va da sé

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