Recensioni

6.8

Nel 2005 il giovane Jackson Forgeaud esordiva con uno Smash centrato in pieno: l’album parlava del disorientamento dell’elettronica mid-’00 (noi avevamo parlato di electroshifting) e coniugava molte anime, lasciando dubbi irrisolti su quelle che sarebbero state le sorti della musica composta con le macchine. Di propositivo in quel disco si coglieva la voglia di mescolare il passato col presente e di riuscire a non far cadere il piatto della bilancia nè sull’una, nè sull’altra parte. Dopo quell’anno ne sono successe di cose: Forgeaud si è messo a remixare come un forsennato (pezzi di Kavinsky, Kap Bambino, Charlotte Gainsbourg, Planningotorock, Surkin e molti altri), la bolla dubstep è scoppiata (anche) nel massimalismo à la Rustie / Ferraro, l’autotune è diventato pane per tutti gli artisti pop mainstream (una a caso Madonna), e a tutti è venuta voglia di vestirsi con paillettes e di attaccare al soffitto sfere stroboscopiche (Daft Punk) o di ripiegare sul prog Seventies (Justice).

Anche se rimane pur qualche rimando alle atmosfere Warp (in particolare i pianoforti dei Boards of Canada in Dead Living Things), in questo nuovo album la connessione con il rock suonato si fa più stretta. Si sentono infatti gli echi francesi degli Air (Orgysteria), dei già citati Justice (nella teatralità barocca di Pump), qualche posa massimalista (Seal e Vista, forse i pezzi più riusciti), e pure tocchi di Simian Mobile Disco (Arp #1). Il calderone aumenta di consistenza (ma non di qualità) con un prescindibile accenno industrial à la Nine Inch Nails anni ’90 (Blood Bust) e con un ricordo vintage degli Stereolab (Memory). 

Un disco che si ascolta bene, che viaggia veloce con un’estetica da singolo più che da album, operazione probabilmente influenzata dalla massiva esperienza di remixing di Forgeaud. Stare con un piede su più staffe può essere un plus, soprattutto per un esordiente, ma l’eterogeneità non focalizzata su un binario – se iterata – può risultare spiazzante. L’insostenibile leggerezza del postmoderno elettronico viene esplicitata involontariamente in queste 12 tracce, mosaico frastagliato che pone più quesiti che risposte. Glow è una bella casa degli specchi, pulita, tirata a lucido (anche dal punto di vista produttivo), ma qualche volta ci si va a sbattere la testa. Occhio a non farsi troppo male.

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